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Full text of "Saggi dei dialetti greci dell' Italia meridionale;"

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AND MODI 



UNIVERS 




(g) 



li[0^f 




Mm. 9i\%<ìS. I^^-n 



SAGGI 



DEI 



DIALETTI GRECI 

DELL' ITALIA MERIDIONALE 



SAGGI 



DEI 



DIALETTI GRECI 

DELL'ITALIA MERIDIONALE 



RACCOLTI ED ILLUSTRATI 



DOMENICO COMPARETTI 



PROFESSORE NELLA R. UNIVERSITÀ DI PISA 



PISA 

PRESSO I FRATELLI NISTRI 

1866 



e 






'/*'■- 



/^" 




AL MIO DOTTO AMICO 

I. G. ASCOLI 



PREFAZIONE 



I dialetti greci dei quali qui diamo alcuni 
saggi sono parlati nelle due punte estreme 
del continente italiano meridionale, in Cala- 
bria cioè ed in Terra d'Otranto. Bova è il 
principale dei paesi greci situati nei dintorni 
di Reggio in Calabria; altri sono Amendolea, 
Galliciano, Roccaforte, Rogudi, Condofuri, 
S/' Caterina, Cardeto. Oltre a questi, molti 
altri paesi della stessa provincia sono abitati 
da gente di origine greca e che fino a qual- 
che tempo fa ha parlato greco, ma ora parla 
italiano. Corigliano, Martano e Calimera sono 



vili 

paesi greci del Leccese in Terra di Otranto, 
ove greci sono pure Martignano, Zollino, 
Sternazia, Soleto, Castrignano de' Greci. 

Chi sono essi questi Greci? da qual parte 
di Grecia, quando, come e perchè son ve- 
nuti a stabilirsi fra noi? Sono forse, come 
ha creduto un uomo autorevole (^), ed altri 
han ripetuto, residui delle antiche colonie 
elleniche? Li ha recati fra noi la dominazione 
bizantina, e pei padri loro furono forse scritti 
i diplomi greci che in gran numero trovansi 
negli archivi dell'Italia meridionale? oppure, 
infine, la loro venuta è di data più recente e 
posteriore alla dominazione bizantina? La so- 
la risposta che fino ad ora siasi data a queste 
domande, come ognun vede, non indifferenti, 
è che certamente essi non han nulla di co- 
mune cogli antichi coloni della Magna Gre- 
cia, e questa risposta, già plausibile per altre 
ragioni, si è potuta dare con piena evidenza 
esaminando alcuni scarsi saggi del loro lin- 

(*) NiEBUHB, Bòm, Gesch. I, 66. 



IX 



guaggio (0- Lo scopo di questa mia pubbli- 
cazione è adunque, oltre al voler offrire ai 
filologi materiale a studio di fenomeni lin- 
guistici certamente notevoli, quello di contri- 
buire a risolvere la questione della prove- 
nienza di queste colonie, dando in luce un 
numero di saggi di questi dialetti assai più 
rilevante di quello che fino ad oggi i dotti 
ebbero a loro disposizione. La lingua di un 
popolo è sempre la prima cosa che si deve 
studiare quando si voglia conoscere e inda- 
gare la storia di esso. 

Altri, come ho accennato, mi han prece- 
duto in questo arringo, ed io in questa mia 
raccolta ho riunito ai saggi inediti anche 
taluni di quelli già pubblicati, alcuni dei 
quali rimasti fin qui affatto ignoti alla scien- 
za. In altro mio scritto (^) io già diedi con- 
tezza di alcuni di essi, ai quali poi altri son 
venuti ad aggiungersi. Oggi il catalogo com- 



(*) Pott nel Philólogus XI, pag. 245 segg. 

O Rivista itaUana niim. 126. 134. 140 (1863). 



X^.- 






pleto di quanto è venuto a luce intorno a 
ciò è il seguente: 
'^..-.- 1/ Tre canti raccolti a Bova dal sig. 

Witte nel 1821. Trovansi in questa raccolta 
sotto i numeri vi, xiii, xxxiii. Uno di essi 
fu pubblicato dal sig. Witte nel Gesellschafter 
del 1821/ pag. 697, poscia riprodotto nella 
Liste der BOrsenhalle n.* 2835 e tradotto da 
Schmidt-Phiseldeck nel suo Auswahl neu- 
griech. Yolkspoesien (Braunschweig) p. 50 (^). 
Tutti e tre furono illustrati da Mezzofanti il 
quale però non pubblicò nulla in proposito 
e rilasciò il suo autografo al sig. Witte. Il 
sig. Witte li consegnò al Prof. Pott aggiun- 
gendo una lista di una cinquantina di voca- 
boli del dialetto di Bova, ed il Pott pub- 
blicò il tutto con dotte illustrazioni nel Phi- 
lologuSy voi. XI (1856) pagg. 245-269. Io 
volli far conoscere quei canti al pubblico 
nostro, e li riprodussi nello Spettatore ita- 
liano (giugno 1859, pag. 452). Finalmente 

(*) V. anche Rider Monatsschrift Ott. 1853, p. 872. 



Pr?C- 



XI 



essi andarono a far parte della raccolta di 
canti greci del Passow dove si trovano a 
pag. 261, 447, 448. 

2/ La versione libera di dieci strofe 
dello Sfabai MaUr, alcuni pochi frammenti 
di dialogo, ed una lista di circa ottanta voca- 
boli, il tutto raccolto a Calimera dal sig. 
Eirkolonis e diretto da lui al sig. Zambelli 
in una lettera da questo pubblicata nella Néa 
nav(Jtópa (tom. vili, 1857, giugno, pag, 105- 
108). La lettera del sig. Eirkolonis fu ripro- 
dotta in tedesco \s(^Archiv fm das Siuditm 
der neueren Sprachen di Herrig, voi. 24, 
(1858) pag. 136-146 {'). 

Questi sono i saggi più conosciuti . Altri 
sono i seguenti: 

3. Un catalogo di circa 350 vocaboli 
del dialetto di Bova pubblicato da Tommaso 
Morelli nei Cenni storici intorno alle colonie 
grecO'Calàbre. Napoli 1847 (Stabilimento del \ 

(*) V. anche Kind in lahrbUcher fUr Philoloffie und Poe- 
dagogih 1859, 2.' Abth. pag. 471, ed in Magazin far die 
LUertxtur dea AuàUmdeSy 1659, n.*" 18, pag. 72. 



%yi/jl.< 



XII 






Gutenberg). Alcune poche notizie intomo ai 
paesi greci della Calabria Ultra I.' ed agli 
usi di quei coloni, ed il catalogo menzionato 
costituiscono la parte interessante di que- 
st' opuscolo. 

4. Alcuni frammenti di canti, in tutto 
circa una ventina di versi in pessimo stato, 
ed un piccolo numero di vocaboli raccolti a 
Bova, nei paesi greci prossimi a questa, dal 
Dott. Lombroso e da lui pubblicati nella J2i- 
msta contemporaneay in un articolo intitolato: 
Tre mesi in Calabria (voi. 35, 1863, pag. 
400 segg.). La maggior parte dei versi e 
dei vocaboli raccolti dal Dott. Lombroso sono 
stati riferiti dal sìg. Zuccagni-Orlandini nella 
sua Raccolta dei dialetti Italiani (Firenze, 
1864) pag. 373 e segg. 

5. Un canto di Corigliano, nel Leccese, 
pubblicato in un opuscolo che è programma 
e saggio di una raccolta di canti popolari del- 
l'Italia meridionale (continentale) preparata 
dai signori Vittorio Imbriani ed Antonio Ca- 
sotti. L'opuscolo è intitolato un Mucchietto 
di Gemme. Napoli, 1866, pag. 18 e segg. 



XIII 



6. Un canto egualmente di Corigliano 
messa in luce dal sig. Vittorio Imbriani nel 
suo libro intitolato: BelT organismo poetico e 
della poesia popolare in Italia. Napoli 1866, 
pag. 171 e segg. 

Conforme rilevasi dal già citato Mucchietto 
di Gemme fra i canti raccolti dai signori Im- 
briani e Casetti, trovansene molti dei paesi 
greci del Leccese. Facciamo voti perchè la 
raccolta intiera, o almeno questa parte di 
essa, possa presto esser fatta di pubblica 
ragione. 

Benché io qui non intenda occuparmi che 
dei dialetti greci del continente meridionale 
italiano, non passerò sotto silenzio un saggio , 
del dialetto parlato dalla colonia greca di ' 
Cargese in Corsica, gentilmente comunica- ' 
tomi da S. A. il sig. Principe L. Luciano 
Bonaparte. È la parabola del figliol prodigo 
tradotta in quel dialetto dall'abate Stefano 
Stefanopoli e data in luce (Londra 1860) 
per cura del suUodato signore. Di questa 
colonia però, com' è noto, la storia ha regi- 
strato le origini. 



XIV 



Tutti i canti pubblicati fino al dì d' oggi 
sono stati da me riuniti a questa raccolta 
della quale però la parte principale è costi- 
tuita da saggi inediti. Questi non sono stati 
raccolti sul luogo da me stesso, ma li debbo 
alla liberale cortesia di persone amiche e 
premurose di favorire le mie ricerche a ciò 
relative. 

Principalissimo benefattore di questa rac- 
coltia è stato il prof. Terra già mio scolare 
ed uno dei più distinti alunni di questa scuola 
normale di Pisa. Nominato Professore di 
greco nel K. Liceo di Reggio in Calabria 
egli gentilmente esaudiva la mia preghiera 
di approfittare dell'occasione per procurarmi 
qualche saggio del greco parlato in quella 
provincia, e, ad eccezione di alcuni pochi, da 
lui provengono tutti i canti di Bova che qui 
dò in luce. Dei trentotto, trentacinque sono 
dovuti a lui; due però di questi fanno parte 
dei tre già raccolti dal sig. Witte e sono 
quelli che portano i n.* vi e xiii. Il terzo 
di quelli del Witte porta il n." xxxiii. 



XV 

Tre canti furono raccolti a Bova dal com- 
pianto Prof. Pilla. Ne vado debitore alla cor- 
tesia del sig. Cav. Francesco Palermo a cui 
furono rimessi dal Pilla stesso. Uno di essi 
ritrovasi fra quelli Iraccolti dal Witte e dal 
Tarra ed è il nostro n.* vi, gli altri due li 
ho riferiti sotto i n.' xxxiv, xxxy. 

Dei tre canti di Corigliano (n.* xxxix, xl, 
XLi), i primi due sono tolti dal Mucchietto 
di Qemmey ed il terzo dal libro del sig. 
Vittorio Imbriani. 

Il canto di Martano non è veramente ciò 
che s'intende per un canto popolare. È una 
poesia composta da uno del paese in occa- 
sione di un terremoto e destinata ad essere 
cantata da un fanciullo in chiesa. La per- 
sona che lo compose non conosce altro greco 
che quello parlato nel suo paese, per cui non 
c'è da sospettare che cambiamenti arbitrari 
abbiano aviito luogo nella lingua in esso ado- 
perata. Ne vado debitore al sig. Trinchese, 
egli stesso nativo di Martano, già studente 
in questa Università di Pisa, ora Professore 
a Genova. 



XVI 



La versione di alcune strofe dello Stahat 
Mater in dialetto di Calimera non è totalmen- 
te riprodotta dalla lettera del sig. Kirkolonis. 
Pare ohe questo signore, nel raccogliere i 
pochi saggi riferiti neUd sua lettera, non si 
rendesse ben conto della portata scientifica 
dell'opera sua. Come greco egli ha adope- 
rato caratteri greci, ma nel porre in iscritto 
quel eh' egli udiva ha commesso qualche 
errore da non perdonarsi ad un greco, né 
sempre si è occupato di far capire agli altri 
né tampoco di capire egli stesso. Per mezzo 
del sig. Trinchese ho potuto avere da un di 
Calimera la trascrizione rettificata delle stesse 
strofe e la traduzione, che pubblico, l' una e 
l'altra, tal quale. 

Finalmente non mi è sembrato inutile dare 
anche qualche piccolo saggio di prosa ed ho 
pubblicato due lettere in dialetto di Cali- 
mera delle quali vado debitore al*mio amico 
sig. Aw. Filippo Capone, Deputato al Parla- 
mento Italiano. 

I pochi versi raccolti dal sig. Lombroso 



XVII 



appartengono nella massima parte a canti 
dei quali ho potuto dare, grazia al Prof. 
Tarra, un testo assai più sicuro e completo. 
Qualche variante che se ne può trarre Tho 
riferita nelle note. Quanto a quei pochi che 
sarebbero nuovi, essi trovansi in tale stato 
da non poterne trarre verun partito e perciò 
li ho omessi. 

Non ho riunito a questa raccolta le liste 
di vocaboli date dal Morelli, dal Witte, e dal 
Kirkolonis. È mio fermo proponimento di 
mettere in luce una seconda serie di saggi. 
In questa darò l'indice dei vocaboli notevoli 
contenuti in tutta la raccolta ed aggiungerò 
tutti quelli delle liste summentovate che non 
ricorressero in essa. Per questa ragione mi 
astengo pure dal fare qui un riassunto ge- 
nerale delle caratteristiche che presentano 
questi dialetti, riserbandomi di farlo nella 
seconda serie, quando potrò disporre di un 
più ricco materiale. 

Io qui non ho inteso occuparmi di altro 
che della lingua parlata da questi coloni. Chi 



XVIII 



volesse notizie intorno ai loro usi e costumi, 
intorno alla menzione che di essi ricorre 
presso alcuni scrittori dei tempi andati, non 
ho che a rimandarlo a Barrio, Aceti, Bartels, 
Swinburne, Keppel-Craven ec, all'opuscolo 
del Morelli, all'articolo del Lombroso, a 
quello del Pott già citato, e ad un altro dello 
stesso autore, pubblicato nella Zeitschrift der 
deufschen Mar geni. Gesellsch. voi. 70 (1863) 
pag. 409 e segg., come pure agli Studii lin- 
guistici del Biondelli. Pur troppo però debbo 
predirgli che la mésse che da tutto ciò rac- 
coglierà non sarà molto ricca e gran parte 
della sua curiosità rimarrà non soddisfatta. 

! Per la storia delle colonie bizantine in Italia 
è affatto indispensabile consultare l'interes- 
sante libro da non molto pubblicato dal sig. 
Zambelli (^), frutto di un viaggio fatto espres- 

; samente nell'Italia meridionale. 

Dal punto di vista storico a me pare che 



(') IraXosXXnvtxa, ?TOt xptTtxvj npOLyiLUTtta. ntpì toìv cv to?5 
àp;^8iotc xr^q NeaTroXeo); 'EX^Tkvtxuv nepyoLiiinyóìv» Atene 1865. 



XIX 



questa raccolta, oltre alle caratteristiche della 
lingua, riveli un fatto capitale nel canto n.* 
XXXVI che spira Fodio contro i Turchi ed è 
tuttora cantato in Grecia. D'accordo con 
questo fatto sta anche la lista di vocaboli 
raccolti a Bova dal Morelli, fra i quali figu- 
rano parecchie parole romaiche d'origine 
turca. Non bisogna però essere troppo preci- 
pitosi nel trar conseguenza da questi fatti 
intorno alle origini di quelle colonie, impe- 
rocché non è impossibile, ed a me pare anzi 
molto probabile, che colonie più recenti 
siano venute a soprapporsi a colonie più an- 
tiche. 

Ho dato il testo in lettere latine esatta- 
mente tal quale l'ho ricevuto senza fare 
neppure quelle mutazioni che richiederebbe 
l'ortografia. Gli accentili ho posti dove li 
ho trovati e come li ho trovati. La tradu- 
zione non è mia ma l' ho trovata scritta da 
chi ha raccolto i testi, ed è fondata sulle 
spiegazioni date dalle persone stesse che 
dettavano il testo a chi raccoglieva. Gene- 



XX 



Talmente Tho data come rho trovata, eccetto 
qualche modificazione di cui ho reso conto 
nelle note. 

Ho aggiunto di mio la riduzione del testo 
in caratteri greci ed in forma greca. Una 
esatta trascrizione in lettere greche oltre che 
male avrebbe potuto rappresentare una pro- 
nunzia italianizzata, sarebbe stata un inutile 
ingombro, né avrebbe raggiunto lo scopo di 
servire alla illustrazione del testo. Perciò 
abbiamo ripristinato alla loro forma comune 
molte parole corrotte, ed invece di trascri- 
vere p. es. juro ettutte in caratteri greci, 
il che non avrebbe servito a nulla, abbiamo 
preferito richiamare le forme volgari xvpi© e 
iStùStt. Tutto quanto poi non rimaneva abba- 
stanza spiegato con questo mezzo è stato da 
noi rischiarato nelle note. Lo stesso sistema 
presso a poco è stato tenuto da Mezzofanti e 
Pott neir illustrare i tre canti raccolti dal 
Witte. Noi però abbiamo creduto che le for- 
me di questi dialetti affatto volgari e plebei 
non dovessero paragonarsi colle forme del 



XXI 



romaico più puro, come han fatto essi, ma 
bensì con quelle del romaico volgare e plebeo. 
Quindi p. es. dove troviamo zero o psero non 
crediam necessario ripristinare la forma ^leypw 
mentre ^épw è comunissimo nell'uso volgare. ) 
Tenendoci adunque nei limiti della lingua 
comunemente parlata dalle plebi greche, ab- 
biam sempre cercato di non fare che i soli 
cambiamenti richiesti dall'uso generale, dan- 
do spiegazione delle eccezioni nelle note. 

Greneralmente in questi dialetti, per evi- 
dente influenza dell'italiano, sogliono esser 
soppressi i « ed i v finali. Questa soppres- 
sione ha luogo invero anche in Grecia, ma in 
una. proporzione molto minore ed assai più 
frequentemente pel v che pel <;. Volendo 
però adoperare la minor libertà possibile, e 
trattandosi di cosa nella quale anche l'uso 
comune oscilla e varia nei casi speciali, non 
abbiamo creduto necessario ripristinare sem- 
pre queste consonanti, ma solo in certi casi 
nei quali la maggior chiarezza ci parve lo 
richiedesse. Per le parole italiane abbiamo 



XXII 



adoperato lettere latine ritenendo però le 
lettere greche per quelle forme greche che 
a talune di queste parole sono state applica- 
te. Alcune voci italiane che, come per es- 
il ma^ sono di tale uso in Grecia da potersi 
credere che questi coloni le conoscessero già 
prima di venire in Italia, le abbiamo segnate 
anch'esse in caratteri greci. 

Non tutti i dialetti greci sono oggi noti 
alla scienza, né altrimenti accade dei dia- 
letti meridionali della penisola italiana. 
Quindi certi vocaboli d'oscura o d'ignota 
etimologia che non appartengono all'uso co- 
mune né in greco, né in italiano, possono 
lasciar perplessi circa la loro provenienza. 
Ozzia per monte non é certamente parola 
d'uso comune né in italiano né in greco, e 
dovendo considerarla come appartenente ad 
uno dei due dialetti la consideriamo come 
greca perchè in greco iipo? sommità può darne 
una probabile spiegazione. Ma non così facile 
é determinare se p. es. cedda/ria per viscere 
sia greco o italiano, mentre suona egual- 



XXIII 



mente strano e nell'una e nell'altra lingua. 
Questa difficoltà poi si complica quando si 
considera che nel dialetto italiano del paese 
si trovano molte voci di provenienza greca, 
e propriamente bizantina o romaica. Così per 
es. in alcuni versi popolari calabresi citati dal 
sig. Lombroso (1. e. pag. 412) si parla degli 
uccelli che fanno la foUa in primaveray e 
fftùktà per nido, com'è noto, è romaico (^). 

I vocaboli greci ai quali si trovano sosti- 
tuiti vocaboli italiani non può dirsi siano tutti 
perduti in questi dialetti, ma ricorre general- 
mente al vocabolo italiano chi non ricorda 
il vocabolo greco. Questa è la via per cui 
in alcuni paesi il dialetto greco si è estinto 
da maggiore o minor tempo, e per cui proba^ 
bilmente finirà coli' estinguersi anche in que- 
sti altri. La conoscenza del dialetto greco 
è ineguale fra i coloni, e varia a seconda 
che maggiore o minore sia per ciascuno di 

(*) Molti esempi di questi vocaboli romaici che s' ìacoh- 
trano nel dialetto Calabro sono riferiti dal sig. Zambelli nel 
suo libro già citato, pag. 67 seg. 



XXIV 



essi l'occasione di parlare il greco o l'italia- 
no. Quindi, come mi fa notare in una sua 
lettera il Prof. Tarra, coloro stessi che il 
sabato a sera cantano con accompagnamento 
di sampogna i canti greci appresi a mente, 
spessissimo confondono i versi di un canto 
con quelli dell'altro, non sempre si rendono, 
conto di ciò che cantano, e si trovano anche 
imbarazzati quando si chieda loro spiegazione 
di certi vocaboli che pure adoperano can- 
tando. 

Ognun vede come da ciò debbano prove- 
nire nei canti stessi molte storpiature grosso- 
lane, delle quali più d' un esempio offre la 
nostra raccolta e che sfigurano talmente certi 
vocaboli da render difficile il riconoscerli. 
Imperocché quelle leggi, relative alle alte- 
razioni dei suoni, che servono di guida o 
di giustificazione all'etimologo, non possono 
avere applicazione là dove si tratti di cor- 
rompimenti non ad altro dovuti che ad una 
memoria poco fedele. Per queste ragioni 
qualche dubbio mi rimane intorno ad alcuni 



XXV 



vocaboli che s'incontrano in questa raccolta 
e che ho distinti segnandoli in corsivo . 

I nostri schiarimenti si sono limitati alle 
parole. È inutile dire che la sintassi e la 
fraseologia non sono sempre quali dovreb- 
bero essere secondo l'uso romaico. Così 
spesso un nominativo tiene il posto di un 
accusativo, e tale frase che è costituita di 
vocaboli affatto romaici, non si direbbe in ro- 
maico. L'influenza esercitata su questi coloni 
dal loro soggiorno in Italia non si è estesa 
soltanto alla parte materiale del linguaggio, 
ma alla forma del pensiero eziandio che è 
quasi del tutto italiana. I canti popolari, che 
sono come lo specchio della mente del po- 
polo, ci manifestano la stessa cosa, poiché ' 
presso questi coloni per la massima parte 
non diflFeriscono dai canti italiani delle Pro- 
vincie meridionali, tranne per la parola che ' 
è greca, e neppur sempre. 

Di libri neogreci o relativi al volgare apio- 
ellenico poche biblioteche sono fornite a 
sufficienza, meno di tutte questa di Pisa che 



XXVI 



non mi è stata di veruna utilità in questo 
mio lavoro. Non ho potuto adunque giovarmi 
di altro che di quanto mi offre la mia propria 
biblioteca, e questo non è certamente tutto 
quanto avrebbe potuto essermi utile. Deploro 
principalmente che non sia stata a mia dispo- 
sizione né la 'EyiQjjiepU twv 9tkoaaB(5vy né tutta 
la raccolta della N/a iiavJwpa, né talune altre 
pubblicazioni utili per la conoscenza dei dia- 
letti greci. Ho fatto del diligente lavoro del 
Mullach quell'uso che merita; conviene dica 
però che mio appoggio principale é stata la 
mia stessa esperienza, avendo io avuto oc- 
casione continua per più anni di parlare il 
romaico familiarmente con persone di ogni 
classe e di più parti di Grecia. 

Nella revisione della stampa non ho avuto 
chi mi ajutasse ed i lettori vorranno perdo* 
narmi se qualche errore tipografico è scor- 
so (0- Quello però di cui a tal riguardo mi 



(*) Gli accenti e gli spiriti nel carattere adoperato per 
questa stampa sono mobili. 



XXVII 



preme assicurarli si è F esattezza scrupolosa 
con cui è stato riprodotto per la stampa il 
testo dei saggi come fu scritto da chi li rac- 
colse, nel rivedere il quale, come parte più 
importante del libro, ho concentrato, forse 
a scapito del rimanente, tutta la mia atten- 
zione. 

Poca cosa è l'opera mia in questo libretto. 
Se esso ha un qualche valore, se può presen- 
tare un qualche interesse, il merito principale 
è di coloro che si adoperarono a raccogliere 
cotesti saggi sul luogo. Io nel porre dinanzi 
al pubblico il frutto delle loro premure, ho 
additato i loro nomi acciò il pubblico sappia 
a chi deve essere riconoscente di queir utile 
che forse la scienza potrà ricavare da questa 
pubblicazione ad essa unicamente conse- 
crata . 

D. COMPARETTI. 

Pisa, Luglio 1866. 



CANTI DI BOVA 



CANTI DI BOVA 
I. 

juro pu en echi jerusia 
Niftanimera panda to lodeguo. 
Ene ena monacho semata tria, 
Ecino crazo ce ecino pisteguo. 
Ene dio pu tu cannu sinodia. 
Panda gonatisti ton adoreguo. 
Crazzonta tin ajo apanaghia 
Sed afti tundi zichi raccomandeguo. 



*0 Hipio Ttov Iv iyii yepoxMjioc 
Ny;fTav Tn[xépocv nivra zè lodeuw. 
Etvac iva iiova^ò, (J(i>iiuTa rpa, 
'EiHeivo -mpiì^tù xai è'/.eivo iitTceiKà. 
Efvae ivo Tiov TOìj itivoxjv avvoiia. 
Ilivza, yovvartazi xèv adoreiico. 
Kpdl^ovTocq rrìv iyio Havayia 
2è $' avz-fì zoùvY) t>7 ^x^ raccomandeào. 



Il Signore che non ha vecchiaja 
Notte e giorno sempre lo lodo. 
È uno solOy tre persone. 
Quello invoco e (in) quello credo. 
Sono dv£ che gli fanno compagnia. 
Sempre in ginocchio lo adoro. 
Invocando la santa Madonna 
A lei quesf anima raccomando. 



4 CANTI DI BOVA 

II. 

Diafagni ce scotazzi viata ena penserò 
Ego panda se echo grammeni 'stin cardia; 
Eguala maddia aspra ce imme jero 
Ce su panda m'usegui tirannia. 
Ma ego pisteguo ti ise Turco vero 
Turco pu irte an di Barbaria; 
Iati d'emme gapai ego ene zero 
Ce jati mu difi teddeca zulia. 



Aia(péyyy? >ta« (TJtoTaiJp, jStaTa Iva penserò 
'Eyoi Travra ai iytù ypaiiix£vrj 's tvJv xap^ta* 
^'ExjSaXa (ÀaHià oicrnpa ìtai effjtae yipo 
Kal (jv Travia f*' ussue« tirannia. 
Ma eyw Trtarevo) \i ehoci TovpAo vero 
TovpKo 7:ov >7p5c di: r>3 Barbaria. 

ta xt oev [xe yacTtaet zy(ù svg ^epoo 
Kai ytà re' juoj àtiyyzi ziroia t^ov'Xia. 



Aggiorni e annotti^ sempre un pensiero^ 
Io sempre ti ho scritta nel cuore; 
Ho messo capelli bianchi e sono vecchio 
E tu sempre mi usi tirannia. 
Ma io credo che sei (un) Turco vero. 
Turco che venne dalla Barbaria; 
Perchè non mi ami io non so, 
E perchè mi mostri tanto odio. 



CANTI DI BOVA 



III. 



Aimè ti mu sagnegui tin cardia 
Sa se ghorò ti pai disperemmeni 
Ce de su sonno dosi afudia, 
Ce i marimu cardia pos to apomeni? 
Eia me tunda loja ta glicia 
Ce janemu tin cardia pu e lagomeni; 
Ma an de meritezi amartia, 
Manco 'sti Romi ise perdunemmeni. 



Ahimè 't« (jlov sagnevet t>3v }t<xpd(a 
2à (76 3'0t)ptó 'rt tdiei disperc/xfxei/yj 
Kai $è rrov awvco Sdcei à^ov^eia, 
Koci in (xoLvpYj (xou ì^apSia ttòS^ to ÌT:ò[iévèi; 
"EXa [lè roùvx xà loyia rà ylvmia 
Ka« vyioLivz (xov trjv scapata i:oi è ).«|3a)fx/v)3. 
Ma àv de merìtevoY) r, dpLapria, 
Manco 's nò Tw^)3 ehact perdunejtJtfAsvw. 



Ahimè che mi salassi il cuore 
Quando ti vedo che vai disperata 
E non ti posso dare ajutOy 
E il povero mio cuore come lo soffre? 
Vieni con queste parole dolci 
E guariscimi il cux)re che è trafitto; 
Ma se non (lo) merita il peccato. 
Neanche a Roma sei perdonata. 



6 CANTI DI BGVA 

IV. 

Maraviglieguo posa eftundo viso 
Echi tundi cardia tosso tiranno 
Pu me canni stathi panda ripriso 
Me olo ti ja 'ssena ipto de pianno. 
Carne pò theU ja na se gapiso 
An izzera dipoi olo pianno 
Ce an bisognezi to ema na to chiso 
Me oli tin cardia ja 'sse to canno. 



MaraviglieUit) ttc?^ aùvovvo zò viso 
"E/et TOuvYi TTé Kapiia xoao tiranno 
Hoij Ile Kavet (sxabri Tzivxa ripriso 
Me o\o re yià 'aéva. uttvo $è Trtayw. 
Kifie n(Sq ^éy.et yii voi ai ^yoeizinatù 
* h.y a^epa dipoi olo miv^ji, 
Kaè iv bisogneuoy? to ai[ix va rò )(y(S(ù 
Me o).>3 TYJv xapdta yià ai xò xavot). 



Mi maraviglio come qttesto viso 
Ha codesto ctiore tanto tiranno 
Che mi fa stare sempre triste 
Quantunque per te sonno non piglio. 
Fa come vuoi perchè io ti ami. 
Se (lo) sapessi io poi tutto accetto, 
E se bisognasse che il sangue io versi. 
Con tutto il Cìwre per te lo faccio. 



CANTI DI BOVA 



Echi dio viaggi pu ettutte? passeguo 
Ce oli se ghorò dispiacemmeni; 
Ti brama ene pu ego su mancheguo 
Ce oli mu canni tin ampestemmeni? 
Pemu pemu mane pu su mancheguo 
Ce j' afte canni tin affligemmeni; 
Ti esu emme gapai mai to pisteguo 
Ce panda 'stin cardiamu ise stampemmeni. 



"E/ti ivo viaggi TToO edw3*e passeuc) 
Kai o}yj de B(ùp(5 dìspiacsfifiév)?, 
T«' TTpa/uta eivat i:oC eyoi aod mancheuck) 
• Kat ÓXyj fioij %uvti T>3v ampeste/x/xévjj; 
'De fjiou, \i [ÀOVy (li vaxy noij aoC mancheuw 
Kat yt avrò xavei rinv afflig^ftev>}, 
"Fi idù ev [lè 'yocniei mai rò Trtatsu») 
Kxi nivToc 'g riv x,0Lp$ia /xou ehoci stskm^efifiivn . 



Son già due volte che di qui passo 
E tutta ti veggo dispiacente; 
Che cosa è (in) che io ti manco 
E tutta mi fai la sdegnata? 
Dimmi dimmi sì che io ti manco, 
E per dò fai V afflitta; 
Che tu non mi ami mai non lo credo 
E sempre nel Cìwr mio sei stampata. 



8 CANTI DI BOVA 

VI. 

Ilio pu ja olo to cosmo parpati, 
An do levanti 'sto ponenti pai, 
Ecini pu gapao ego essu ti ghorì, 
leretamuti ce vre a su jelai. 
An ecini ja 'mmena s' arotisi 
Peti ti ego pateguo podda guai; 
An ecini pu de s' arotisi 
Consulamento na mi echi mai. 



"Kho 1T0U yià 5Xo rè iterilo irepTrarer, 
'Att' rò levanti s rè ponenti Traet, 
*E)tetv>3 itov 'yocniùn eyw «v av rv ^(ùoìI 
ILocipira [jLov rm xai fipi iv <jo\j yzkiu. 
*Av èìuivYì yià 'fiéva a èpcùZTntjYi 
'De no \i iytà pate^co Tro?^à guai, 
*Av execvy? nov de a èptùxrì(Jri 
Consulamento va fiin iyrt mai. 



Sole che per tutto il mondo cammini, 
Da levante a ponente vai. 
Quella che amx) io se la vedi 
Salutamela e vedi se ti ride; 
Se quella per me ti domanda. 
Dille che io soffro molti guai; 
Se quella non ti domanda. 
Consolazione non abbia mai. 



CANTI DI BOVA 9 

VII. 

En do pisteguo ti me addismonai 
Manco ti canni tundi tirannia, 
Malucrianza a ze me en ivre mai 
Manco den ivre mian acharo dulia. 
Mu dispiacegui ti pategui guai; 
Me tu jeru jendonni apooondria 
Ce olo tundo spasso addismonai; 
Ta suspiria {a)ntasseguo ta dichia. 



Manco 'ri x,ivei roùvYj rn tirannia, 
Malncrìanza in itiè tv nvpe mai 
Manco ièv nipe (xiav »x.^po àoxiktii, 
Moi7 dìspiac£J6e 're pate^ec guai, 
Me xò yipo ìcepSotivet ÌT:o)(pvàpia 
Kai ilo rovvo rò spasso oiytì7[ioviet, 
Tà suspircdc 'vT«(7arevouy ri rei/ia. 



Non lo credo che mi dimenticherai^ 
Neanche che fai questa tirannia. 
Malacreanza di me non vedesti mai 
Neanche vedesti mai cattiva azione. 
Mi dispiace che soffri guai. 
Colla vecchiaja acquisti malinconia 
E tutto qu£sto spasso dimenticherai; 
I sospiri schiantano le mura. 



10 CANTI DI BOVA 

Vili. 

An imme larga an du lucchiu tu dicussu 
Mi dubitezzi an di costanza tin dichimmu 
Su lego tin alithia, a theli na tin eziporei^ eJ^c^f^ .'^} 
Ti pleo fidili mu canni i luntananza. 
An di costanza tin dichimmu de sonni dubitezzi, 
An infidili imme ja ti distanza; 
Penseze posso se gàpia ce ghori 
An imme capaci na su camo mancanza. 



*Av tìfiai laxga oltz -coxx; rucchin zoxx; 'iuoùq (tgv 
Myì dubitey(j>7 octt' tri costanza rinv 'itìcv [lov 
20ÌJ Xeyw rinv aW3*e£«, iv ^i7.ei vi rinv [avfXTrepa/vei?], 
'Tt TrXéo fidili [JLoij y.Ìviì >7 luntananza. 
'Att' xyì costanza t>7v 'òuin (jlov iè rrmei dubitewjet 
Av infidili elfioci ytà xrì distanza, 
Penseu^e no(Jo ex' iya'CY^cc xat ^onpeT 
*Av eTfioct capaci vi (Joy kÌ[i(ù mancanza. 



Se sono lontana dagli occhi titoi 
Non dubitare della costanza mia, 
Ti dico la verità, se vuoi saperla. 
Che più fedele mi fa la lontananza. 
Della costanza mia non puoi dubitare, 
Se infedele io sia per la distanza; 
Pensa quanto ti amai e vedi 
Se sono capace di farti mancanza. 



CANTI DI BOVA 11 

IX. 

podi ze maruddi già dimeno 
Ce posso pemu ti prama pensegui: 
S'acharo meria ise fitemmeno 
Scirocco ce levanti se nocegui. 
Ithele nasso spithia potimeno 
Ce giardinarosu esena de cheregui. 
An isso sta chiriamu ciandomeno 
Ecanne ghuria ce spora pu ditferegui. 



^Q T^éit Ìt:Ò iiapovh già xleiaiiévo 
Koit TCGt)^ W [lov Ti 'Kpafioc penseuee. 
*2 «x^P^ fieptà, daai (fitrefiiiivo 
Scirocco xac levanti aè noceuec. 
"H^eXes va ^douv spithia noxiaiiévo 
Rai giardinaro aov laéva ie cherevec 
*Av rjaovv \ xà x^P^^ f*^^ JcevTpcd/xevo 
"Ex.otve^ yovpioc xac OTCopà izov differeiei. 



piede di lattuga già chiudo 
E infine dimmi che cosa pensi: 
In tristo luogo sei piantato 
Scirocco e levante ti ntwce. 
Volevi essere più spesso abbeverato, 
E il tito giardiniero te non cura. 
Se nelle mie muni fossi stato innestato 
Avresti fatto fiori e semenza differenti. 



12 CANTI DI BOVA 

X. 

Cazzedda pu sti portassu ise ce ossu benni 
la, san passeguo ego, na mivro essena, 
An izzere ti vrasta pu me pianni, 
Pu senteguo ta ceddariamn camena! 
Ma su ciola veleno catebenni 
A ze tunda ceddaiia ta tossichemmena. 
Ma gapise tus addu ce mathenni 
An oli se gapusi san emmena» 



Ka^ilÌM TToO 'g rin porta aov ihat Kac eaco '[i^ivu 
Tii, aiv passeuco iyra^ va ^nn 'j3pa) èaévùc, 
*Av ii^pe T>5 /SpacTTA ttoG [li ntivei, 
Hov senteuci) zi Y.eiiapiot pLOV Kocpméval 
Ma (jÙ xiéla veleno xaracTrvcci 
'Atto roOva ri KsiSipi» tà tossichefAjtxéva. 
Ma ayinms zpùg «XÌ5v$ )ca« ^dèaive 
*Av óloi (76 'yattowc cràv èiiivo^» 



Fanciulla che sulla tua porta sei, e dentro vai 
Perchè, quxind'io passo, non ti vegga 
Sapessi tu la febbre che mi piglia. 
Che sento le viscere mie infiammate! 
Ma tu pure veleno mandi fuori 
Da codeste viscere avvelenate. 
Ma ama gli altri, e impara 
Se tutti ti amano come me. 



CANTI DI BOVA 13 

XL 

An izzera jati demme gapai 

Ti socama n' ego ce en mu plategui! 
Thelo na mupi jati demmo gapai, 
Ce senza tipote esu m' abbandonegui, 
Ma endi cureguo na patezo guai, 
Carne pò theli ti den mumportegui, 
Ce ja tin zichi pu se gapai 
la posso ti canni ola supportegui. 



/ *Av fì^zpa yid ti' ièv (jlÌ 'yccTTofec, 

Tt' (jdìtxfJLav e/ti xoeè ev (xov platevci! 
©éXo) va fjLOV 'irpc yid ri dèy (xè 'yairaet, 
Kac senza -cinoxe iaù (i abbandonevec 
Ma ev rà curev'u voi patsucro) guai, 
Ka^xe iidSg BéTiti \i ièv (jloìj 'mporteuei, 
Kat yià tw ^v^^ ttoO ere ^yocndiei 
Tià TTÓdo ZYÌ ìtivYi JXa supportsuee* 



Sapessi perchè non mi ami. 

Che ti ho fatto che non mi parli! 

Voglio tu mi dica perchè non mi ami 

E senza niente (senza cagione) mi abbandoni. 

Ma non curo di soffrir guai. 

Fa come vuoi, che non m^ importa; 

E per V anima che ti ama 

Per quanto gli fai tutto sopporta. 



14 CANTI DI DOVA 

XII, 

Cuse tunda loja cazzedduna, 
AnLge Ugo tunda magna aftucia, 
Ise cuccalisti sa pastidduna 
Ce to meli feri s' eftunda chilucia; 
Viata ciumase, ti cunti ene ettuna? 
Móvezze tunda magna cravattucia 
Ce nacha dola ego tundi fortuna 
Nammo medesu dio cala morciucia. 



"Avotle "kiyo zoOva rà magna «vraxta, 
Efaac xo%/caXcc7r>7 aa 'notar thana, 
Kai zò fii'ki (fipei a airovva rà /eiXax,ia' 
Beara noiiiaGociy ri cunti eTvai aìnovva', 
Moveuare rovva rà magna xpsjSjSaraxia 
Kaè viyipL xióla, iytà roivrj rri fortuna 
Ma i^iiovv lAer^ èfjov ivo xakoi morciaxca. 



Ascolta queste parole ragazzoncellaj 
Apri un poco queste belle orecchie: 
Sei tenera come postilla 
E il miele porti in queste labbruzze; 
Sempre dormi; che storie son qtieste? 
Accomoda questi bei letticciuoli, 
E che avessi io pure tale fortuna 
Di star con te due buoni pezzi (di tempo). 



CANTI DI BOVA 15 

XIII. 

Cazzédda, assu poni i cardia 

Ghoronda to stavrò pii ambrommu pai, 
Me thelu pari sti Santa Maria 
Sti sepurtura pu me leeopai. 
Eci me clivu me podda clidia, 
Ecitten ossu dene guenno mai. 
Esu pu pai ce erchese spithia 
Rizzemu ajo nero a me gapai. 



Qtùpdvrag ri azocupò nov iixnpég [jlov noiet 
Me ^élovv T^ipei^q nò S.** Mariai 
'2- r>7 sepurtura Ttov [lè Xsxorraee . 
'Exer ^lè xXecbuv jue Ttoìlù x.'Xtidià, 
'ExerS-ev eaot) ièu è^yatv(ù mai* 
'Ec7t) nov Tra E e xac ip)(eGai spithia 
'Pct|/é |ùtov olyio vtpi av fxe 'yorraec. 



Fanciulla, se ti dìwle il cuore 

Vedendo la croce che innanzi a me va. 
Mi vogliono portare in S.^ Maria, 
Nella sepoltura che m' incenerisce. 
Là mi chiudono con molte chiavi. 
Di là dentro non esco mai. 
Tu che vai e vieni spesso 
Gettami acqtm santa se mi ami. 



16 CANTI DI BO VA 

XIV. 

Ti nacha dio duraena sitari 
Posso na eguaddo tundi mavri chimonia! 
E poi ithek nacho eha calo cassar! 
la na camo mizidre ce tiria, 
E poi ithela nacho ena calò majali 
Posso jxa. camo affeglia ce artisia, 
E poi ithela mia zodda sa fengari 
Ti spera nà mu cami sinodia. 



'Te vàx'^ ^^^ dumena nìrapt 

nido vi £xj3aXci> rowrj in iiocùpn y(tnLoyii ! 

E poi r^^ùjot ya/tù èva x,alò cassari 

Tii voi xa/xa) ^vl^ió^putq xod xi/pta, 

E poi rìBela viytù iva ìLakè majali 

Ilo (70 va }ca[x(ù àtpHia nai apzima, 

E poi ri^ey<a [xia zodda dà tpeyyapi 

T>3 irmépa vi [lov ìtavri fjvv o9ia. 



Che avessi io due tumuli di grano 

Quanto per passare questo nero inverno! 

E poi vorrei avere una buona caseina 

Per fare ricotte e formaggiy 

E poi vorrei avere un hucyn majale 

Quanto per fare lardo e sugna, 

E poi vorrei avere una fanciulla come la luna 

La sera per farmi compagnia. 



CANTI DI BOVA 17 

XV. 

An izzere ti canno tin argfaia! 
Pao sto piaghi ce deleguo chorta, 
Deleguo ole te prìcaddide tis ozzia 
Ce caino olo na zema ze mia sorta. 
Esu pu zeri ti erchome spithia 
Eserresso ce mu anighe ti porta, 
Ce a de mu anizze me cali cardia 
Su clotho to scud(]Q sa mian dorta. 



*Av i?|epe XI ìtifitù rinv cipyiocl 

Il(X(ù '<; ri TÙÀyi xat iiakiytÉH x^'p^*' 

Kaè scabri) oXo Iva iéuaoiTtò [xia sorta. 
'Edv noO '|épe£ ore Sp)^o[iai spithia 
['EyetpotKTov?] xa« fiov oivoiyt tìÒ porta. 
Rat av il (JL ivoi^ri (xè 3caW xapdia 
2o\} xktù^cù TO sctiddì di a(av dorta. 



Se sapessi che faccio la festa f 

Vado per la campagna e raccolgo erbe. 
Raccolgo tutte le cicorie della montagna, 
E fo tutto un brodo di una sorta. 
Tu che sai che vengo di frequente 
Ti alzavi e mi aprivi la porta; 
E se non. mi aprissi di buon cuore 
Ti storco il collo come una ritorta, 

2 



18 CANTI DI BOVA 

XVI. 

Cazzedda esu ti den echi ti carni 
Eia afuda emraena na therìo; 
Echo ena ambeli jerondari, 
Stafilia de canni, manco na trighio. 
Oli mu legu na pulio mustari 
Ca ego chorazzo putte na pulio. 
Addi pinnu crasi ti garacciumi 
Ce ego pinne crasi tu pigadio. 



''Kka ci^ov^a ifiéva va Bephta. 
*'Fj)(fi> Iva diinélt yepovrape, 
Ixafvha iè ìtivei, manco va rpu^cTO). 
"GXoi yLOìj 'Xiyovv va noiikidi uotKxrapc 
Ca èytHi iyopa^cù Trovde va irovKaoi). 
"Alloi Ttivoìjv ìtpadi TYÌ garacciumi 
Kaì eyci tti'vw xpaaì rov izmyoLiiOìj. 



Fanciulla tu che non hai che fare 
Vieni ajutami a mietere; 
Ho una vigna invecchiata. 
Uva non fa, nemmeno per vendemmiare. 
Tutti mi dicono di vendere mosto 
Perchè io compro di che vendere; 
Altri bevono vino di vernaccia. 
Ed io bevo vino di fontana. 



CANTI DI BOVA 19 

XVII. 

A theli na supo ti pena tin dichissu, 
Gino ti lego ego ene olo calo dicossu, 
Ego su monno apanu sti zichissu 
Ecino ti su zitao ene dicossu; 
luvegui na sarvezzi ti zoissu, 
Den ise jatrò ce jeni to cacossu, 
A thelisi na sarvezzi tin zoissu 
Smingome to dicommu me to dicossu. 



*Av S"éXec vi aov 'ttw tyì pena rwv diKin aou, 
Ketvo 't« y.iy(ù eyw elvoci o7.o x,ockò *iix.o aov, 

'Exeu/o \i aoO S^raw elvai 'iuS aou, 
luveucc va sarveun;} t>5 tatari aou, 
Aèv eidai y tarpò noci ùyiaivei xò xaxó aovy 
*Av SéXps va sarveb^ T)jv {awj aov 
2(ity(ùtiey xò *dix,i [lov /le to ^exo orou. 



iS^ vitoi che ti dica la pena tua. 
Quello che dico io è tutto tuo bene. 
Io ti giuro sopra V anima tua 
Quello che ti cerco è tuo. 
Giova per salvare la tua vita 
Non sei medico e guarisci il tuo male. 
Se tu viu)i salvare la tua vita 
Uniamo il mio col tv^. 



20 CANTI DI BOVA 

XVIII. 

An izzera ti mopiae tin puUa! 
Ce an ito andrà na to piai palla, 
An ito glineca na mini chira ce puDa 
Demeni sa gadara ossa sti stalla, 
Possa pu ta cheria na ti jenu agalla, 
Ta podia na ti minu ossu sti gaggia, 
.Na mini san emmena senza pulla, 
Na mini sa gadara senza varda. 



''Av H^epa riq ' ix<Si:ta^B rinv pnllaf 

Kclì iv mo avdpag va rè iiidfnp palla, 
*Av nro ywaha, va [itivrì fiì^oL Jt«i pulla 
àeyiévri era yocdipa iott) 'q rrt stalla, 
Possa noi) rà x^'P'^ ^^ '^ yévovv agnlla, 
Ti nidia vi rxf fieivouv tatù \ vh gaggia, 
Na yiiivTf aiv i^évot senza pulla, 
Nà juiecvy} ai yaiipa senza varda. 



Se io sapessi chi mi ha preso la gallina! 
Se fosse uomo che lo colga (una) palla. 
Se fosse donna che resti vedova e gallina. 
Legata com£ asina dentro la stalla. 
Che le m^ani le diventino aghi, 
I piedi che le restino dentro la gabbia. 
Che rimanga come me senza gallina. 
Che resti come asina senza basto. 



CANTI DI BOVA 21 

XIX. 

Ecame ena chrono stia gUsti 
Pu pinnome ce trogome n'ismia, 
Arte me addu pinni pò ce ti 
Ce ammena mu peni tin ottria; 
San pai sto Sifoni ti purri 
Addu perri esu ja sinodia, 
Ma vre ti s'ivrai poddi 
Ecittenapanu an din agrosucia. 



"Apri fAS aXXevg nivti ire? xat rt 

liàv niti '( xò Si&ni xè trpotf 

Ma j3pc 'ti a' ijSpav vqKìjoì 
'Exer&ev itzivfù an xriv aypiù7\^Kia. 



Fece un anno che alla fontama 
Bevemmo e mangiammo insieme^ 
Ora con altri bevi^ (con) qitesto e quello^ 
E a me mi porti Podio; 
Quando vai al Sifone la mattina 
Altri porti tu per compagnia; 
Ma guarda che ti videro molti 
Di lassù dal fico selvatico. 



22 CANTI DI BOVA 

XX. 

Cazzedda pu ciumase monachi 
Ego ciola ciumame monachò; 
I zicrada su guaddi ti zichi 
Ce pura su avvincegui to cacò. 
ziddo pu na sombi ossu sta avtì 
Na carni zale pu na cuso ego. 
Possa fi dio na janume ghinni 
Na camome enan ipto ce calò. 



Kac pura (Jou awinceuee to xaxo. 
*0 ^ùXko TTOU va (jtùyiPri ecjw \ ri olxjxI 
Nà M^LTi ì^akaiq TTov va 'xoiaoD iyù. 
Possa 'tc oi duo voi yivtùynv yvyivoi 
Nà nifA^iit Ivav vnvò nai moìké. 



Fanciulla che dormi sola, 

10 pure dormo solo, 

11 freddo ti caccia r anima. 
Ed anche ti incomincia il male. 

Che il pulce ti entri dentro l'orecchio. 
Che tu faccia grida (sì) che ti oda io. 
Che noi due diventassimo nudi 
Per fare un sonno e hello. 



CANTI DI DOVA 23 

XXI ; 

An di Cerucifia s'ivràsi poddi 
S'ivrasi me mian ora matinata, 
S^ivrasi me mia magni sinodia, 
Ito civili a ze nominata. 
Esu ennethe stimóni a ze stuppia 
Cata pezzo to cannate vucata; 
Su to lego ego apanu sti filia 
Ti su tin ecanie t'insalata. 



'Att* tw Cerucifia a riopani no^lol 
2' r,vpa(ji [lè fitav (upa matinata, 
T Yìvpaai fxè (jliol magni (jvvoiia, 
^Hro civili aTTO nominata. 
*Eaz) eyve3"€ ar>3/xov£ ino aroimia 
Ka^e. pezzo ri exavate vucata. 
2ov TG yiyoi) cycò mcivtù '^ zrì (piktx 
'Te aoxi zr,v iìtaiie rin insalata. 



Dalla Cerocifia ti videro molti 
Ti videro in un' ora di mattina. 
Ti videro con una bella compagnia. 
Era civile di nominanza (casato). 
Tu filavi trama di stoppa. 
Ogni pezzo lo facevate bucato (lavato); 
Te lo dico io sulV (in) amicizia 
Che te Vha fatta V insalata (t'ingannava). 



24 GANTI DI BOVA 

XXII. 

Esu cazzedda me tundo lucchio micceddi 
Me canimai san o Rocco Saddi; 
Cremanni ti sardina sto carteddi 
Ce troghi to stuppi secundo c'addi, 
Ambatula mu crai to tambureddi 
Ti ego etthelo na cuso tunda piribaddi, 
Ettuno mu tocanne san immo micceddi 
Arte imme mega ce annorizo ta piaddi. 



'E(7W Ka^pélla (*è zovvo rò lucohio /utTfelli 
Me xavoDvaei aiv o Rocco Saddì, 
Kpeiivag xin sardina 'e t0 carteddi 
Kac zpdyei rò aroimi secniidu ìtai iXkoi, 
Allibatala [lov xpovti ri tamburelli 
'Té iydì Iv ^éltù va 'ìcovaùn zovvu ree piribaddi, 
AÙtovvo flou TfSìtecve tjàv ri(iovv iiir^éili 
"Apzi eTfiai [léyu xal yviùpi^tù zai^ àtcaratig. 



Tu fanciulla con queir occhio piccino 
Mi ffuardi come Rocco Saddi; 
Appendi la sardina nel paniere 
E mangi la stoppa come gli altri; 
Inutilmente mi suoni il tamburello 
Che io non voglio tuiire queste ciarle^ 
Questo me lo facevi quando era piccino 
Ora sono grande e conosco gF inganni. 



CANTI DI BOVA 25 

XXIII. 

Emme to maro me cofti me cotti 
Nifìanimera me cofti ce rafti, 
la *mmena ene ola ta torti 
Na canunisi pu vrondai ce strafti. 
I addi godégu ta magna conforti 
Ego imme rimmeno sa zilo sti fratti 



'E^è rè fiavpo fxè Jt^^ree [li itó^xei 
NOjfTav Tn[iipav fii xéfrei xai pdfxti, 
Tià èfiiva eTuat oT^a ti torti 
Na ì(MV9vvin(rp TToJ jSpovTaci xocc àtjxpàntei* 
Oi alloi goàsòovv ri magna conforti 
'Eyd diMt ptfifiivo aà |y?.o \ xvì fratti 



Me infelice mi tagli mi tagli 
Notte e giorno mi tagli e cuci. 
Per me sono tutti i torti 
Che tu vegga che tuoni e lampeggi; 
Gli altri godono i belli conforti 
Io sono gittato come legno nella siepe 



26 CANTI DI BOVA 

XXIV. 

Pemu ce ti socama crudilì 
Tosso pu esdisameze enunena? 
Ego s'immo costanti ce fidili. 
Fidili en isso ja gapisi emmena: 
Ola ta pianti ce ola ta suspiri 
Ola ta daclia ta rifto ja 'ssena, 
Ma esu ise san i fata ossu sto liri 
Chilia culurio canni ce den ena. 



'Ile ixov Mu TI (mYMfjLa crudili 
Tóao noC esdisameuore éiiévaJ 
*Ey(à fi HyLOìjv costanti xac fidili 
Fidili ev riaoìjy yiù (vi) yamnoTp iiiiva. 
"Ola ri pianti xaì S7.a ree suspiri 
"OXa ri Wxpva vi piiprcn) yei ^aéva^ 
Ma Ì(tù zìaoii aàv )? fata tatù *q rè Vìfi 
\0.ta culurio xavec xaè div Iva. 



Dimmi, e che ti ho fatto crudele 
Tanto che hai disamato mef 
Io ti era costante e fedele 
Fedele non eri per amar me: 
Tutti i pianti e tutti i sospiri 
Tutte le lagrima le spargo per te. 
Ma tu sei coms la fata dentro Viride 
Mille colori fai e non uno. 



CANTI DI BOVA 27 

XXV. 

Pateguo podda guai ce e mu importegui 
Ce tuni agapi de finegui mai; 
Sa passeguo ettutte ce e mu plategui 
Tuno ene o signo ti su me gapai; 
Me tudda lacchi mavra m'ammajegui 
Me tudda chili rusa mu jelai: 
Tuti agapi zeri potè finegui? 
Sambue o ilio ganni ta rai. 



Pateuci) TToXXà guai noi e fiou importeuee 
Kai Toùyyj àyawn il fineuec mai- 
2à passerei) édtSàe xai e [àou piate vee 
T Olivo sTvsci signo 're eerù [lè 'yanier 
Me zovva ri lucchi iiaCpa (i ammajevet, 
Me TOìjva xi x^^^ ^^^ /*^^ yeXaec 
Toùvn iyiwn *|épe« Ttóre fineuet? 
2ày TToO Jfkio x^^V "^^ ^^^' 



Soffro molti grmi e non in importa, 
E qtiesto amore non finisce mai; 
Quando passo di qua e non mi parli 
Questo è il segno che tu mi ami; 
Con codesti occhi neri mi ammutii. 
Con codeste labbra rosse mi ridi; 
Questo amore sai quando finisce? 
Quando il sole perda i raggi. 



28 CANTI DI BOVA 

XXVI. 

Dio ti DAmmo chuma ce esu na me paté, 
veramente na summo i sola, 
Dio ti nammo varelli ce sa na me crate 
Na epigame sto riaci cats* ora, 
veramente na sommo to mate 
Ne ercommo na su diplonnome sta podìa, 
Na se ecama pu mai na mi eparpate 
Ce senzamma na mi esteche mian ora! 



Dio TI voi 'fiouv X^l^^ ^^' ^^ ^^ f^* eTrareee» 
veramente voi 70ìj 'fiovv in sola, 
Dio 't£ va 'fiovv jScepéXXc xa< aù vi fi ixpareUy 
Nà imiyoL(i€ '^ ri pvóÌKt kocS^^ &poc, 
veramente va aov ^iioyv ri ifiazi, 
Nà ipxo^lioì/v vi (Tov dcTrXcìyofxat \ ri Tcóita, 
Nà (j exofxa noij mai va [nò èmpitireu 
Kat senza e/xou va fniò eorexe [iiav &pa\ 



Dio, che fossi io terra e tu mi calpestassi, 
veramente che ti fossi la suola, 
Dio che io fossi barile e tu mi tenessi. 
Acciò che andassimo al ruscello ogni ora, 
veramente che ti fossi la veste 
CK io venissi ad awolgermiti ai piedi. 
Da far sì che mai non camminassi 
E senza m£ non istessi un'ora! 



CANTI DI BOVA 29 

xxvir. 

Magni secundo esseiia en ivra mai, 
Ce mai ghorò fina pu o cosmo duregai; 
Ego ja 'ssena poddà pategno guai 
Pleo ca cino pu sti prìsilnìa soffi^egoi. 
Esu tispo addo ca ^mnena gapai 
Ce ciola ja 'mmena dispiacirìa passegoi. 
Ego se gapao ce e s'a&mo mai, 
S'afinno tote potè o cosmo finegui. 



Magni sectindo i<jiva ev rjvpa mai, 

Kac mai ^e^poS fino noC o M^fAo àwttvet. 

'E/ù ytà 'aiva TroXXa pttteuot) gnai, 

nXéo oa xuvo iroO 'q vi prìsmùa snfiretei. 

'E(7v Tt(mo iìlo ca èfiiva 'yaeiziziy 

Kaì %(óXa yti *[iiva dispiacirea passevec. 

'E^ 96 yecKÓid) xoec e 9' i^lvtù mai 

2' itflvttì róre Trote i iié(j[xe fineuec. 



Bella come te non vidi mai, 
E mai vedrò fino a che il mondo durar- 
lo per te soffro molti guai 
Piii che colui che nella prigionìa soffre. 
Tu nessun altro che me ami. 
Ed anco per me dispiaceri passi. 
Io ti amjo e non ti lascio mai. 
Ti lascio allora quando il mondo finisce. 



30 CANTI DI BOVA 

XXVIII. 

Oli mu legu: travuda travuda, 

Ce emmena e mu guenni a ze cardia; 

Na travudio ta cala gargiugna, • 

Ciim pu ene gapimeno sti fascia. 

Sto manici perri ta scm^sugna 

Pu se peratoù sti cardia. 

Ta loja ta dicasu ene sa cantugna 

Pu sprabichegu fina ta dichia. 



"03lo« (lov léyow: rpayoùda, rpayoùSa, 
Kal i}LÌva l iiov ^yaivei iitò Kocpdioc, 
Nà Tpayovdwouv toc Tcoài gargiugna 
KeFya tcou thai 'yaitn(xévx 'q zin fascia. 
'2 xò [jLavUi (fépet za scursugna 
IIou <ji nepizpdyouv 'g zi Trapala. 
Uà liyia za 'ii%i (rov ilvai ai xavzoiutoc 
Uoìj spra^biclieuouv fina zi zetyta. 



Tutti mi dicono: canta^ canta j 
E a nie non mi esce di cttore; 
Che cantino i buoni garzoni 
Quelli che sono amati in fascia. 
Nella manica porti gli scorzoni 
Che ti corrodono nel cuore. 
Le tue parole sono come cantoni 
Che distruggono fino le mura. 



CANTI DI BOVA 31 

XXIX. 

Cali spera su lego oe ego pao; 
Mia managhì pena sti cardiammu perro: 
Imme larga a ze tino gapao 
Imme largì, ce essena panda penseguo. 
Ego to nómassa en do annismonao, 
Stampemmeno sto póttomu to ferro. 
Ena managhi prama su lego ce ego pao; 
Ti imme larga a ze tino penseguo. 



Mia [xovajpi pena '^ rrì %apiU iiov ^epoi)» 

ETjLAae larga aire riva àyanóuùy 

Flfiat larga, xac (ec'c) iaiva nivxot pensevoa. 

Stampe/A/Acvo *g to petto (aov to ^épo). 
'Eva fiovGtyiò npdfia <joC Xeyo) xoec iyfù ncKO). 
Te elfiat larga ànó riva penserò. 



Btuma sera ti dico ed io (me ne) vado; 
Una sola pena nel cuor mio porto: 
Sono lontana da chi amx). 
Sono lontana, ed a te sempre penso. 
Io il nom^ tuo non lo dimentico. 
Stampato nel petto mio lo porto; 
Una sola cosa ti dico ed io vado: 
Che sono lontana da (quegli) a cui penso. 



32 CANTI DI BOVA 

XXX. 

Eia trepse ti o fflossu pai, 
Eia trepse oe dostu mia filia. 
Steco certa ti e me tradegui mai, 
Ce ja ricordo s'a&mo ti cardia. 
Mi clapsi jati o filossu pai 
Iati condoferri sirma sti monìa. 
S' arriccomandeguo mi pistepsi mai 
A su legusi ti i viaggiata emmacria. 



*'EX« Tpé|c 't£ (fCko^ oou Triec, 
"EkoL rpe|e xai iéq rov jiAca tptkia. 
SrexGi) certa *tc I (li tracUtìec mai, 
Kac ytoi ricordo a offcyo) zvi Kapdta. 
M)9 xXau7)9 y cetre o (fiXoq aw itati ^ 
Ttaxi noìfxofipet <jvpiia 'q r>j jxov*]. 
2' arriccomandeuo) [in niartùiìp mai 
*Av (joxi ì.iyovat 're ri viaggiata è /xftxpeii. 



Vieniy corri, che il tuo amico (se ne) va. 
Vieni, corri e dagli un bacio. 
Sto certo che non mi tradisci mai, 
E per memoria ti lascio il cuore. 
Non piangere perchè il tuo amico (se ne) va. 
Perchè toma subito a casa. 
Ti raccomando di non creder mai. 
Se ti dicono che il viaggio è lungo. 



CANTI DI BOVA 33 

XXXI. 

Ego tispo addo ca essena gapao, 
Ce su dola sti cardiassu me ferri, 
Esu ise to penserommu ja pu na pao 
Ce su dola podda daclia spem, 
Ego dispereguome san de se gorao 
Ce su dola ta maddiasu serri, 
Oli mu legusi ja pu na pao: 
Su gueddi pacdo fina pu en di porri. 



'Eyoi TtffTro £Xko ca ecreva 'yanità, 

Koù (jv itLola 'q tv? TLapdia aov ^è (pépvet, 
'Earù ifdocL zè penserò fiou yià uoy va Traw 
Kal (jù 3t(ó>.a nollà doiìtpva (jnépvtty 
'Eyoi dispereyofxat oràv .^è (jè S-copao) 
Kai <jù ìtióTiOt Tflc iiaìlia aov aépvec, 
*'O}.0£ fjLOV leyovtJt yià noG va Traco* 
2^ ^yoLivti paccio fìna tcou tv t>7 naipvei» 



Io nessun altro che te amo, 

E tu pure nel tuo cuore mi porti. 

Tu sei il mio pensiero per dove vado 

E tu pure molte lagrime spargi. 

Io mi dispero quando non ti veggo 

E tu pure i capelli tuoi tiri, 

Tutti mi dicono per dove vado: 

Tu esci pazzo fino a che non la prendi. 

3 



34 CANTI DI BOVA 

XXXII. 

Canuname 'stin cera ce ghori 
Pos' ego imme ja *ssena sculuremmeno. 
Canno tormentemmeni tunde zoi 
Ce j' agapi dichissu ol' apomeno, , 
Ce tossico ene ja 'mmena to faghi. 
Ce posso pinnomu jenete veleno. 
Ma muteze tundi cardia tosso zeri 
Ti ego ja' ssena pao disperemmeno. 



Kocvoùva fie \ rrjv cera xaì ^tapet 

Tloìq è'/(à eT[iaL ytà *(jéva ^\i\xirt(i(iéyo 
Kavo) tormente/utfjie yyj . T0uv)3 rrt ?&)ì7 
Kat yi* . àyiwn Swn dou ola xmo^Liviù 
Kac tossico dvai yt è(Ji.évoc ro (payi 
Kaì Tiédo TTcvo) [jLoC yéverat veleno 
Ma maieiMJe roùvrì zin xaptJia ródo itp'h 
'Tt èytà yià 'aéva noie») dispere/i/ixévo. 



Guardami nella cera e vedi 
Come io sono per te' scolorito 
Faccio (meno) tormentata questa vita 
E per amore di te tutto soffro; 
E tossico è per me il mangiare 
E quanto bevo mi diventa veleno. 
Ma muta questo cuore tanto duro 
Perchè io per te vado disperato. 



CANTI DI BOVA 35 

XXXIII. 

To '^gsèro certa ti esu me gapai, 
Non ti criju, no no, perfidi mia, 
Me tu saddu pezzi ce ghelai 
Ed a mia mi mustri tanta tirannia, 
Idhela na 'rto mètessu eci pu pai, 
L'ostinati pensieri su co tia. 
Game mu finta ti esu me gapai 
Che notte e jumo sempre penso a tia. 



Tè l/pw certa *Tt èaù [xè 'yaiufléet, 
Non ti criju, no no, perfidi mia, 
Me zoùq aXXovg Tiac'fci ìtai yeliei 
Ed a mìa mi mustri tanta tirannia. 
"H^eka vapS-o) /ùter' iaov èjtg? nov Ttaet, 
L' ostinati pensieri su co tia, 
Kcifie uov finta 're iaù fii 'yaniei 
Chò notte e jumo sempre penso a tia. 



Lo SO di certo che tu mi ami. 

Non ti credo, nOy noy perfida mia. 

Cogli altri giiwchi e ridi 

E a me mi mostri tanta tirannia. 

Vorrei venir con te dove tu vai. 

Gli ostinati pensieri sono con te, 

(Almeno) fingi di amarmi. 

Che notte e giorno sempre penso a te. 



36 CANTI DI BOVA 

XXXIV. 

Pao pu na s'ivro monachi 
Narto n'angonatio ambro se esse, 
Na s' arotio pò sonni stathi 
Senza cana tormento cammia mbena. 
De me chorì ti ^i echo pleo stolì. 
Penseguonda ego panda se esse? 
A theli mi mo oghi i psichi 
Mi gapisi adda para emme. 



Ilaci) Tioxj va (J r,\jftù ixoyayió 

NapS'w va èy/owariaoì éjuiTrpòs <jè caè, 
Nà tj epwryfao) iztSq orcìvee oraSif 
Senza xava tormento Ttamiiav pena. 

Ae fiè BtùpeT \i ev è';(ft) ttXeo azoikin 
PenseilovTas eyoi nivra, <ji èai; 

M/j 'ya7r>5OT95 aXko^q napà épi£. 



Vado dove ti vedo sola 
Per venire in ginocchio avanti a te. 
Per domandarti come ptun stare 
Senza alcun tormento, alcuna pena. 
Non mi vedi che non ho più fiato 
Pensando io sempre a te? 
Se vtcoi che non mi esca Vanirne 
Non amare altri fuori che me. 



CANTI DI BOVA 



XXXV. 



Vrè ti cammian' ora me jirégui 
Ce panda sperto pai ce emmena crazi, 
r^pta nimera panda suspiregui, 
Ce san de me chori ja se scotazi. 
Ambatula mu canni nda dìsplegi 
An de mu gapisi esu mu gapu naddi. 
Ta loja ta dicamu en da pistegui, 
Came secundu pu su legu addi. 



Bpe 're Kafifiiav &pa [it y^ptùet 

Ka< itivra sperto Trace xou iixéva Kpal^et, 
NùyTm/ r.fjiépav izivra snspireucc 
Kai aiv de /xs 3" copy? yià aè aKordl^it. 
Ambatula /utou xajuiec airi displegi 
*Av a (loij 'y«Tn9(jy €(tÙ (xoxj ^yomoHv àTlot. 
Ta 'kéyia xà '3txoi fiov Iv rà ne^reuec, 
Kifit secundu ttou aoù 'kiyovv aXXoe. 



Vedi che qualche ora mi cerchi 
E sempre girando vai e m£ chiami. 
Notte e giorno sempre sospiri 
E quando non mi vedi per te fa notte. 
Inutilmente mi fai questi spregi 
Se non mi ami tu mi amano altri. 
Le parole mie non le credi. 
Fa come ti dicono gli altri. 



j^ ;^;/\ v ^^0 i>.^ '^ ^^-^ ^^^^'^ '^*.» ^>- -^i*--^ j 



38 CANTI DI BOVA 

XXXVI. 

Turco agapise mia reomopulla, 
I reomopulla en agapise to Turco, 
I schilla mànati pu tin aborchinai: 
Pire jemu eftundo celopidi, 
Su ferri mati ce crisomandili — 
Manamu manamu to Turco en do porro, 
Ce perdicuUa jenome 
Ce me ta plaja porro. — 



'O Toupxo iyiwnat fxià 'PwficoTrouXa, 
*H TtófxcorrouXa Iv iyawncjt rè Toupxo, 
'wj.^ cr..-..l^t^. ./ 'H cntùla iidva m^ i:oxj xw 7rap«)cev«££- 

ti\ ^^ir, 2ov (fépei iyLart itoci xpv<you«vTAc. — 

Maya ptou, piava piou, zò ToOpxo ev rò iraipvo) 
Kac TrepJexouXa yivo^ai ^ ^r 

-« , ^. , J\at pie ra Tr/.a^wc Traipvw. ^. ' / 



^ <.. :^ 






/? Turco amava una fanciulla Greca 
''^. La fanciulla Greca non amava il Turco 

La cagna madre di lei che la 'pregava: 
" Prendi figlia mia questo hel giovane 

Ti porta veste e pezzuola d^ oro, — 

Madre mia^ madre mia, il Turco non lo prendo 

E pernice divento 

E per le campagne vado. 



CANTI DI BOVA 39 

XXXVII. 

Eftè to mesimeri mo éfighe ti peristeri, 
Arotao to ghitonammu: 
Ivrete forsì tin perdicammu? — 
To paràsciaguo to vradi 
Tin ivra sto olivadi 
Me ena onomorfo pelicaduci 
Pu evosciu to gortuci. 



'EpwTaw rò yttzova ixov 

Hvperc forsi t>3v irepJixa fxow? — 

T>5 7Tapa(7)ceu>ì to jSpflédu 

T>5v Yìipa 'e tÒ ).£j3a^c 

Me evav ofxopfo izoLKhixapaìLi 



Ieri a mezzodì mi fuggì la colomba^ 
Interrogo il mio vicino: 
Vedeste forse la mia pernice? — 
Il venerdì sera 
La vidi nel prato 
Con un giovane hello 
Che mangiava V erbetta. 



40 CANTI DI BOVA 

XXXVIII. 

Maria Mavdalini 

Pu ciumàse monachi. 

En ciumame monachi 

Ti echo Petro e' echo Paulo 

C echo dodeca apostólu. — 

Giri giri tu spitiu 

Naca naca tu pediu. 

Ta agropicciugna epinnai ce elégai 



Mapca MaydalYtvi^ 

Hov ìtoiiiucfai ii.ovayri. 
*Ev KOi(io€iicin [lOva^TÓ 
*Tt e)((ù Uérpo ìc è^tù Ilavlo 

Giri giri Tou (mixiQv 

Naca, naca tov nocidiov. 

Tà à^pcopiccianta ènivaai ìcai èléyoctjt 



Maria Maddalena 
Che dormi sola. 
Non dormo sola. 
Perchè ho Pietro ed ho Paolo, 
Ed fio dodici apostoli. — 
Gira, gira per la casa 
Culla j culla il bimbo. 
Le colombe selvatiche bevevano e dicevano 



CANTI DI BOVA 41 



Tin ajo Thalassia 

I Marta ce i Maria. 

Cristo estin anclisia 

Pu leghi ti magni lutrughia: 

To vangelio ine anivto 

Ti to meletai o Cristo, 

Cristo to meletai 

1 Patruna to vlogai. — 



Tyjv iyio @ocloL7(7ia 
10 *H Mipza Kai in Mapta. 

'O Xpejtò è 'g T>3v èìtxhìiia 
Hov 'Xéyst T>3 magni ).eiToupyia* 
To tòayyéXio zìvai avotuzé 
'Ti rò iiekeriet o ILpiaró 
15 'O XpidTÒ rè [xekszdtt 

*H Patrona rè tu^^oyiti. — 



La santa Talassia, 
Marta e Maria; 
Cristo è nella chiesa 
Che dice la bella messa: 
E vangelo è aperto 
Che lo legge Cristo^ 
Cristo lo legge 
La Madonna lo benedice. 



42 CANTI DI BOVA 



I strata i macria 
I Patruna i glicia, 
I strata i condì 
I Patruna ene crisi, 
I strata i larghi 
I Patruna i paramagni, 
I strata me to meli 
I Patruna ciola to theli. 



'H orpaTa in fiootpeià 
'H Patruna to yXuxeca; 
*H arpara in xovrw 
20 *H Patruna elvai ;(pu(7)7, 
'H arpaxa fi larghi 
'H Patruna fi Trapomagni, 
*H arpaTa {li ri piéh 
'H Patruna y.i61a,r9 ^élet. 



La strada lunga. 

La Madonna dolce. 

La strada corta 

La Madonna è d'oro. 

La strada larga 

La Madonna bellissima. 

La strada col miele 

La Madonna pure lo vuole. 



CORIGLIANO 



XXXIX. 

Igliomu i pu pai? Mino na di 
Posson' en orià tuti pu a capò, 
Igliomu, pu to cosmon i pradi 
Oria secundu tui ide tino? 
Igliomu pu to cosmo ei pratimmèna 
Oria secundu tui en' ei domena. 



néaov etvai oSpaea roùrm ttoC «yaTrcu, 
"Ulto nov Tzoij ri nóaiio e^ei ntpnaxet 
*iìp(xia secundu roxnm die tc>«; 
"ID.co [lov Tiov tÒ yJfj[xo iy(tt nipnazinfiivo 
'iìpaioL secundu toÌty} iv lytt tiofiivyi. 



Sole mioj e dove vai? fermati a vedere 
Quanto è bella colei che amo. 
Sole mio che cammini il mondo 
Hai visto nessuna bella come costei? 
Sole mio che il m^ndo hai camminato 
Tu non hai veduto bella come questa. 



46 CORIOLIANO 

XL. 

Posso ngheno pu echi essusu! 

Echi apse pa nghetonia, 

Es cumbitepse tusi manassu 

Ti su difti ta pricia 
Aimmena! ti vó scerrepsa 

Evo mbenno sti scotinia. 

Posso ngheno pa echi essusu! 

Echi olo to Corjana. 



nóaov yévo nov iy(ti tatù i(ji\ 
"Ep^ec iizò i:£(jav yiixoyia^ 
Tioòq cumbiteu^e aurovg ri fidiva <jou 
'Ti aou iti)(yti rà izpouta, 
5 'Ac'^/ixéva! 'tt eyoi [|eTpe|a?] 
*Ey&) *fx^aiv(ù 'e TW aatoTcìvca. 
nóaov yévo ttou e)(ei tatù iai\ 
"Ejjec oXo tÒ Kopycava. — 



Quanta gente è in casa tua! 
Ce n* ha di tutto il vicinato 
Li ha convitati tua madre 
Che ti mostra il corredo delle nozze. 

Ohimè! Io m'inganno. 
Io entro nelV oscurità; 
Quanta gente è in casa tua! 
C'è tutto Corigliano. 



CORIGLIANO 47 



Es cumbitevse i cafceddamu 
Me to tuzzo tis campana. — 

Ce ti echi, ti echi, manamu, 
Pu sirni anapota ta maddia? - 
Ipenseo issesena cafceddamu 
Pu pai a cau isti scotinia. — 

ti echi, ti echi, manamu, 
Pu icuese apse pa merea? 



Toùg cumbiteucre >j xa^péXXa fiou 
10 Me TO tuzzo T)75 campana. — 
Kai zi e/etj rt' eyei^ udva fióv, 
Uoij (Tvpvgi dvccTioda xà (jiaX^ca; — 
Ipenseiìoi) tlq èaéva, xx^éTla [lou, 
Hov nu6i «TroJcaTw elq zin aatoTetvca. 
15 *'i2 zi €;(6(, zi tyti^ [iciva fiov, 

UoC inLoiiaoLi i-nò ndaav /ixepca; — 



Li ha convitati la mia figliuola 
Gol tocco della campana. — 

Cile haij che hai, madre mia^ 

Che ti strappi a traverso i capelli? 
Penso a te, mia figliuola. 
Che ti sotterri neW oscurità . 

Che hai, che hai, madre mia. 
Che ti si ode d'ogni dove? — 



48 CORIGLIANO 



Ipenseo issesea cafceddamu 
Pu me mavrise sa cannea. 
Ole sole i mane i deune 
Isimmie anapota ta maddia. 
Afi nà clapsune tis mane misere 
Pu ichannTme ta pedia! 



IpenssuGi) d^ eaeva, xa^péXXa fiou, 
Hov flou ifxavpiae aà xairvta. 

20 'HavpvovvB ÒLymoàct rat /xoeXXia. 

''A^Yjae vi ìilÓLtpovvt ratg fiivaig mìsere 
Hoxi rìy(avaintt ri iratJia! 



Penso a te, mia figliuola. 
Che ora sei annerita come fuliggine! 
Tutte, tutte le madri piangono 
E si strappano a traverso i capelli. 
Lascia che piangano le povere madri 
Che perdono i figliuoli! 



CORIGLIANO 49 

XLI. 

la desperato e sporte tuzzèo; 
Forsi ti anfiemo me redvei 
Chari tu lucifera jureu 
N'ambo eci cau ti forsi rifischèo. — 
diavalu subetu respundèi: 
«Eclisti e porta, ce ettelome plèo! 
€ Ena pu panutu fotia vasta 



Tii desperato rai^ porte tuzzcwco 
Forsi zò anfiemo fx£ reciveuet 
Xapt TOìj lucifera yvpeùcó 
N« 'fiw èx,u jcarw 't« forsi rifischeùro. — 
5 'O àii^oko subetu respunds^er 

ci'ExXetij^iQ ri porta, acat ev S'sXo/txe nkio\ 
CI "Eva TTOii iiziviù xoìj ipoìTicì /3a7Ta, 



Per disperato le porte picchio; 

Forse V inferno m'accoglierà. 

Grazia a Lucifero chieggo 

Di penetrare laggiii, che forse mi rinfreschi. -^ 

Il diavolo prestamente risponde: 

« Si chime la porta e non vogliam più! (aprire) 

4c Uno che su di se ardore porta (d'amore) 



50 CORIGLIANO 



An' embi tossu chonei olu svernò » — 

Osso pu ita ti porta ti emmu nii, 

I pane ti sto n'anfiemo u schonèo, 

Ce pau sti talass na dò mi ci 

Utti mali fotiamu ine studèo. 

Sconnete mia tempesta danati: 

« Mi' n' embi ca e fotiasu me sicchèi ! » - 



'£iq TTOu tTia rn porta 't« ev /xoiJ \Qiyu 
10 (Kac) thtv ori '? rov anfiemo roù; yiiùvtitù^ 
Kai Tziiù 'q T)9 òay.a(J<ja va *i(à fili éxer 
AvrY7 [leyaXrì foizia [jlov xiive stndeuù). 
I,ìi(avtrai fita tempesta dwarió' 
ce M)7v èuTvnq ca r, (ftarii dov (li 8icc*.hevei ! » — 



« Entrando quaggiò, arderebbe noi tutti » — 

Come veggo che la porta non m*apre. 

Che disse nelV inferno li brucerei, 

Yd al mare, per vedere se ivi 

Questo mio grande ardore riesca a smorzare. 

Si leva una terribile tempesta: 

€Non entrare che il tuo ardore mi dissecca/ 1^ 



CORIOLIANO 51 



E' me teli de e talass, de angli, 
E a to n'anfiemo ime descacciào! 
Tatuo ercame se sena, agapitì, 
Binmnnu me teli desperào? 
Turchia tiranna ca e n'echi psichi? 
Dammu i medicina ti e' na jano . . . 
Giacca ca in' iu e oórpisu, patruna, 



15 *E /xe òi'ku'ii -n ^i'Xacftra, 'ìi a/épc, 
E àn rov anfiemo d(iat descacciào! 
Tti rouro ep^ofiai ai 'diva 9 òyocitYtxrij 
[Ai(ùpi(Tyiiva^] [loù 5sXe< desperào? 
Toupjcw^a tiranna, ca Iv e/e^ ^^X^? 

20 Aó^ jxou )9 medicina 't( iyd vi ùyiatvtù... 
Giacca ca dvai ìt^ov oi corpi aou, patruna. 



Non vuoimi il mare, né Paria, 
L'inferno mi scaccia! 
Laonde vengo a te, am^r mioy 
A dirittura mi vuoi disperato? 
Turca tiranna e non hai anima? 
Dammi la medicina perchè risani . . . 
Giacché son tali i colpi tuoi, padrona. 



52 CORIGLIANO 



Sfapseme ca su canno remissiuna — 
Sfapseme ca su canno remissiuna. — 
Agapi; giacca mei encignammena, 
Dammu trumentu ce tribulaziuna, 
Ti ola ta pianno, agapimu, ja sena, 
Mu' sozzi dai fatia ce martìria, 
Ola' possa canni mi piaciria. 



2fa^e fJLZ ca (tov xavo) remissiuna — 
2fa|e fxe ca (tov scavo) remissiuna. — 
'AyaTT)?, giacca fi e^^* encignafx/txévo 
25 Aóc fJLOìj trumentu kxì tribulaziuna, 

'Te ola rà Triavw, aydwo (jlou, yià 'cfiva, 
Moù (stù^ti dwti (ftùxii xac fiaprùpia 
"OXa Ito (TOC xivei [lov è piacirca. 



Uccidimi, che ti fo remissione — 
Uccidimi, che ti fo remissione. — 
Amore, giacché m'hai cominciato. 
Dammi tormenti e tribolazione. 
Che ogni cosa piglio, amxyr mio, per te. 
Puoi darmi affanno e m^irtirio, 
Quanto mi fai mi è piacere. — 



MARTANO 



XLII. 

Epai ce, steamo plonnonta 
Sto mero tu pomu 
E malìmu ce o pappomu 
Escare tu Teu, 

Motti egherti as anemo 
Ma a mea tristo cerò, 
Pu oli toa psunnisamo 
Ce pupeti pomo. 



E i:iei xai steamo ÙTCvivovreq 
*2 rè fiépo zoù TCovpvoC 

Et$ ^api rov &€ov. 

Motte iyipBn ivàq oiveiio 
M' èva fiéyà tristo xatpo 
HoO oT^ot Tore luTrvwaa/uie, 
Kaì noùneroc novpvé. 



Udite / . . . stavamo dormendo 
Verso il mattino 
La mia nonna e il mio nonno 
In grazia di Dio. 

Quando levossi un vento 
Con un gran cattivo tempo^ 
Sicché tutti allora ci destammo , 
E in nessuna parte giorno. 



50 MARTANO 



Evo e sa leo ta fsemata, 
To fserete oli esi, 
Ciò pu toa u'aocadefse 
menu ce o polli. 

lon ghe s' anaarmiemma 
Pu telise Teò 
No menu na castiefsi 
fiacco ce o calò. 



10 To lépcre oloi èati^ 

'Kccà iroO Torc n* accaàevae 
*0 menu atac o iroXu. 

15 NÒ mena va castieuay] 

'O fiacco xac o icaìJ* 



Io non vi dico le bugie, 

Lo sapete tutti voi. 

Quello che allora ci accadde, 

Il meno ed il più. 
Fu per i nostri peccati 

Che volle Dio 

Non meno punire 

Il tristo che il buono. 



MARTANO 57 



Anemi escatineftisa; 
Galasi ce nero; 
Lisaria io pu evreche, 
la posso n'ia chrondò! 

E tichi oli pettane, 
E vasci ce afsilì! 
Tossi arguii exipannunto, 
Ce piane e tu ce ci. 



"Ave/xoÉ escatinetòyjaav , 
X-olIìI^i xaì vepó, 
\i5ipta, irò TTOV ejSpexe 
20 Tii Tiiaov TìTo x^^'^P^' 

0« xoixof oXoi irl^rave 
Oc vasci yLod oi ^'koO, 
Tóaoi arguii elecnravovro 



I venti si scatenarono; 

Grandine ed acqtm; 

Sassi eran quel che pioveva. 

Tanto era grossa! 
I muri tutti cadevano, 

I bassi e gli alti! 

Molti alberi erano divelti. 

Ed andavano qua è là. 



58 MARTANO 



'Rsignasane ta stremmata; 

Epettane e vronta; 

Aghera escotignase; 

Ce e cuato pleo fona! 
Ti s'esburre asclamata; 

Ti s'ecame na fi; 

Tis' ibie ce ti ghiurize; 

Ti s' emene arte ampi. 



25 ' kpyivridOLvt' rà arpifiiiaTa, 

'Aygppcg 6(7X01 e«'v «a je, 
Hai l 'jtoyeTo lO.éo (ptovri. 
Tii esbure elg xXajxjuiaTa, 
30 Ttig Sìcaiie vi yuyp, 

Tiig ùmye x«ì rig yùpil^e, 



Cominciarono i lampi; 

Cadevano i ftwni; 

U aria si fece buia; 

E non s' udiva più voce! 
Chi prorompeva in pianto; 

Chi tentava di fuggire; 

Chi andava e chi veniva; 

Chi rimaneva immobile. 



MARTANO 59 



nifta polli n' ascimi ! 
nifta scotinì! 
Petacimu manellamu, 
Ti cannome arte emi? 

TreQhome esti maddonnama, 
Pame oli ampi ce ambrò, 
Andene mi ti cammome 
A mes' tosso cacò? 



35 Hat$aÌKi [kov /xavella [lou. 

Te' xiyoyii ipri ifiet^i 
Tpc'xw^e *$ rio Madonna [lag. 
lidfie oloi èniatàì ucci i[Anp6q^ 
*Av dèv ifÀ$U ri xecfiofit 

40 'AvflCfxeja Toao x^kó; 



notte molto trista! 

notte buia! 

Figliuol mio, madre mia. 

Che facciamo ora noif 
Corriamo alla nostra Madonna: 

Andiamo tutti indietro ed innanzi. 

Se no noi che facciami) 

In mezzo a tanto malef 



60 MARTANO 



E vecchi ma tu giuvenu, 
A checcia na marna, 
Asertu ta corasiama 
M'ammadia ta rotinà. 

Es ti n'Assunta tramato 
Ce carnato cala, 
Iati cala to fserato 
Posso sa sacapà. 



Ot vecchi fxè roùg .giuvenu, 
Tà checcca v' a/ marna, 
*Aq epdouv za icopouTM fiag 
Mg Ta iiirta , tà podivi . 
45 Ee^ riòv Assunta iàpiyiaxt 
Kac iìcdiiccrt TLokiy 
Tiaxl xaXflCTo pepare 
Uodo adq ayaTid 



I vecchi con i giordani, 
I fanciulli e le mamme^ 
Vengano le nostre vergini 
Bagli occhi rossi. 

AW Assunta correste, 
E faceste bene. 
Perchè ben sapevate 
Quanto vi ama. 



MARTANO 



Es tutto topo n' irtato 
M' a peno es' ti feichi : 
E tu ia pu ngotanisato, 
Fiacchi oli ce cali. 

'Tumesa ancora steato 
Mo clama es to lemò, 
Ce motti eghertisosto 
Pu pirte ciò cerò? 



61 



Ees toOto zénov ^pSactc 
50 Me rè ttÓvo dq rin ^^X^, 

'EJoi YìTo rcoiì èyyouvauaare 
Fiacchi oXot Jtaì naloi. 
'Edù fiéaa, ancora steato 
Me rò ìtloiiia 'g ri laifió 
55 Kaì /xoTTi eyep5>?<JfliaTe 

TìoO àmpBe \eiò xatpo; 



In qu£Sto luogo veniste 
Col dolore nelV anima. 
Qui fu dove v' inginocchiaste. 
Empi tutti e giusti. 

Qui in terra ancora stavate 
Col grido nella bocca, 
E quando vi levante 
Dove andò qu£l temporale? 



62 MARTANO 



Assunta iche pensefsonta, 
(Ce posiso proppi esa!) 
No carni na fiimefsune 
Galazìa ce nera. 

Epu e pleo ta stremmata? 
Pu pirtane e vrontà? 
E pu e pleo cìs anemo? 
Pu ene arie scotina? 



Assunta dx^ penseu^ovTa, 
(KaJ té(jo irpò «irò èadqì) 
Nà xa/xp va fameiHjovvt 
60 XoeXa^ia noti vepa. 

E irov è làio ri (7Tp«/x/i«Ta; 
Uoxi 'mp^avt ed ^povrouq; 
E noi} è irXio 'xews «fve/xo; 
Uov tìvoLt arie oxoreivi?; 



-4s5ttnto ci avea pensato, 
(E quanto prima di voi! ) 
A far cessare 
Grandine ed acqua. 

Dove sono più i lampi? 
Dove andarono i tuoni? 
Dove è più quel vento? 
Dove è Varia buia? 



MARTANO 63 



ticanene furnefse: 
Cumparevse o pomo: 
Pleppi a prama peftese, 
Ma de n'a Martano. 

Tuo cusane, tuo n'idato, 
E fseni ce oli esì 
Ande cunteato simberi: 
Tu iane e Martani. 



65 "O, Te MLv zhai famevae 
Cumpareuje tÒ Tcoypvo 
YVkko Ìtz èva itpdliia, ircyris^e 
Ma *iè Iva Mapravó.. 
ToGro aico6jave, roCro v eldaxt 

70 Oi Uvoi xat oloi èoiU 

*Aj/ de mnUCtro (rnfxtfa 
'E^ci ìjrave oi Maptavoi. 



Tutto finì: 
Apparve il giorno:. 
Più di una cosa cadde. 
Ma non un Martanese. 

Questo udirono, questo vedeste 
I forestieri e tutti voi. 
Altrimenti si direbbe oggi: 
Qui ergano i Martanesi. 



64 MARTANO 



Ce puru pao pensannonta! 
De poi tosso calò 
Pu Assuntama mas'ecame 
Proppi na pume a lo, 

Sappu t' enio mai tipoti 
Ascimi ce feicri, 
la safti mancu echome 
De scorna de antropi. 



Kai pura rè. Traoa pensannovra^ 
De poi riao jtaXc 
75 Uovi Assnnta fxa^ fiaq ixaiie 

Hpè ino vi tlnoùiu iva, ISyOy 
2àv Tcov dèv irò mai Trrrore 

Tià a aixrì mancn «X^fte 
80 'Aè scoma '^è èvrpojvn 



E pure il vado pensando/ 

Dopo tanto bene 

Che la nastra Assunta ci fece 

Prima che noi dicessimo una parola, 
Com£ se non fosse stato nulla 

Brutti e freddi. 

Per lei neppure ahhiamx) 

Rossore né vergogna. 



MARTANO 65 



Ca eu ene tui e Maddoimama 
la a prama monecho, 
Es'olu tu s' abesognuma 
Na ma s'ertu es' calò, 

En ene etu pu trecbome 
Motti imesta vsifti? 
Es tui ne pu ghiureome 
Alai oli ce fsomi. 



Ca Iv that xcùzn tq Madonna fiag 
Tti èva npafia fiova^ó, 
FJg o'kovg r&ùi abbesognu fiag 

85 *Ev elvoci cdfii ttov r pi ^oju 
Motti gi/:x«<7T€ ^«X'^w'; 
Et'c Toirri thm Ttov yvptiofkt 



Che non è costei la nostra Madonna 

Per una cosa solamente. 

In tutti i nostri bisogni 

Perchè ci vengano a buon termine. 
Non è qui doùe {borriamo 

Oliando siamo in istrettezza? 

A costei è che cerchiamo 

Olio tutti e pane. 



66 MARTANO 



E tu e pu 'ngotanizome, 
En echo pleo fonì^ 

resto, e si to fserete, 
E si oli Martani. 

latuo oli na cannome 

1 leggi tu Teù 

Ce utti n'amerà simberi 
Cradennome stennù. 



'Eità è no\} eYyovvarll^Ofiai, 
90 *Ev 6x« f^^éo ftùviOi 

'O resto èmq rè Up^"^^ 

Ttà XOUXO Vkoi va 1ÌÌV(M>IA€ 

*Hi leggi ToC ©eoJ, 
95 Kac aùrriv ifiipa (rniitpa 

KparoecWfAe '« tcv voi. 



Qui è dove m'inginocchio. 
Non ho pik voce. 
Il resto voi lo sapete. 
Voi tutti Martanesi. 

Per qvssto tutti facciamo 
Le leggi di Dioy 
E questa giornata d'oggi 
Teniamo a m^nte. 



MARTANO 67 



Ce vo cheod; Maddonnamu, 

Pura ime Martano; 

Namena es' ta poiasu, 

Evo se pragald. 
Vloiso to n'arcipretoma: 

Vloisomma ti fsichi; 

Ce su Maddonna cameme 

Na ime calò peti. 



K' iytù checci, Madonna /uiou, 
Pura dyLOLi M.apxav6^ 

100 'Kytù ai n«paat,ak(S. 

Bléyn^t tÒv arcipreto jiotg 
Bléytyji /!«€ TTO ^x^' 
Kai 9v Madonna ìcafAt iie 

N« i(Aai xaXò natii. 



Ed io fanciullo. Madonna mia. 
Pure son Martanese: 
Eccomi ai tuoi piedi. 
Io ti prego. 

Benedici il nostro arciprete; 
Benedici la nostra anima; 
E tu Madonna fa 
Che io sia buon figliuolo: 



68 MARTANO 



Carne tuo Maddonnamu, 
Es'onoma tu Teù, 
Vloiso to Martanosu 
Ce olu tu Cristianù. 

Ce si arte oli poss'isesta, 
Petacia, oli cali, 
Alio è ciò pu carnato, 
Camete pleo polli. 



105 Kdiie rovro Madonna (ley 
E(( Svofia rov 0edJ» 
B'kóyme rè Martano aou 
Kai o'kovq Toùg TLpKSTiotvoùg. 
K' èaetg apxi oXdc 7róao< iìtrofm 

110 Ilac^axcae, oloi Kockoif 

'OhyO è \€tÒ It&iì 'A,0Ì(10LX€ 



Fa qttestOj o Madonna mia. 
In nome di Dio, 
Benedici il tuo Martano 
E tutti i Cristiani. 

E voi ora tutti quanti siete. 
Fanciulli, tutti da bene. 
Poco è quel che faceste. 
Fate piic assai. 



CALIMERA 



XLIII. 

Vresi e mana ponimeni 
Sto stavròy afidcomeni^ 
Pu crematza to peti 

Ti psichi ti marameni 
Pliche tosso ce cammeni 
Ti trapanepse o spasi. 



Bpi5n Yi [livot TzoyYifiiyrì 
lloij ^pifiiaBr, ri Tracce'. 

T>j ^ux^ '^^ iiapafifiivìi 
llptxri xÌ90 nai xafx/xévY] 
Tin trapaneuere xò (Ji:c$di- 



Stava la madre addolorata 
Presso alla croee, languente. 
Dove fu appeso il figlio. 

U anima di lei appassita 
Amareggiata tanto, e abbattuta 
La trapassò la spada 



12 e ALI MERA 



Posu ponu ce fotia 

Incue è mana es tin cardia 
To pedaci manecò! 

Posa tamnia e sventurata 
Pirte riftonta es ti srtraia 
Risa catu es to stavrò! 



Hocfo novo xai ^tùxià 

(Fcà) rè Tioudiìt.i fiova)(^é\ 

10 nóorà Tocfxyua 17 sventurata 

Hov 3p3'e pi)(TOVTag 'g T17 arpdra 
'FtXa xtfTw elg rò . araxipó ! 



Quanto dolore ed affanno 
Sentì la madre nel cuore 
Pel suo figlio unico! 

Quante lagrime la sventurata 
Venne spargendo sulla via 
A' piedi della croce! 



CAHMERA 73 



Es to cosmo pea cardia 
Stei pseri, donda e Maria 
Essu tosa damata? 

A ta matia mia funtana 
Tis e cani, donda e mana 
Pu c'esfazan to Christo? 



Stei lepjj, ^(ùpdvraq v Mapta 
15 "Eaw {eig) rèa» x^a/x/iara; 

'Att' toc [lirtoc fila fdntana 

UoC r^Ve^yafav rè ILpiaró; 



Nel mondo qual cuore 

Starebbe asciutto vedendo Maria 
In tanto pianto? 

Degli occhi una fontana 

Chi non farà vedendo la madre 
A cui uccisero Cristo? 



74 CALIMERA 



Ghia tu cosmu es amartie 
To pediti asmie asmie 
Ide es piaghe ce o stavrò 

Afimenos ide af s olu 
To pedaci ti es tu ponu 
Rospu egviche tu e psichi. 



Vii rod ìLÓdiiou roTc a/xapnacc 
20 Tò nou3i m eiq fiia Big (lia 

FJie zaU piaghe xac o trcoajpé. 

^AfmfJiévoi etds in o'kovq 



Per i peccati del mondo 
n figlio di lei una ad una 
Vide le piaghe e la croce. 

Abbandonato vide da tutti 
n suo figlio nei dolori 
Finché gli uscì V anima. 



CALIMERA 75 



Arte carne saghio mana 
A ta matìa su e funtana 
Ma intichi mu na mifti. 

Napse su es tin cardia 
Mìa dinati fotia 
la tacapi tu leu! 



25 "Aprt Kifie <7V iyto fiivoc 

'An ri fjioiria (to\j ri funtana 
Me T>5v 'iiìcfì (jiou vi /^«X^?' 

ìlILioL ÌuVOLTTÒ (f(ùTlÌ 

30 Vii T iyiwn roG IijdoO . 



(h^a tu fa santa madre 
Degli occhi tuoi la fonte 
Che colla mia si mescoli. 

Accendi tu nel cuore 
Un forte fuoco 
Per amore di Gesù. 



76 CA.LIMERA 

XLIV. 

Caledda ^xi"^^°^^' 

Epoa a maddìa dicama ecanonistìsisa, i car- 
diamu en mecame pleo na ploso ce panta pensei 
se sena ce teli na cusì na milisime ghie sena 
ce mu vaddi pu essu, ce senza na <|^ro evotò 
turtea sto spitissu; ce poa cuo i foni ndicheddasu 



KaXella ^p^V uoi;! 

Ilo re ri iidria *iaLoi [lag iyf^vovvYjd^inaafji vi 

xapdca [lov ièv {i exafie itléo vi ùnviùatù^ xac nivroc 

penseuec aè diva, xoi Beiti vi 'xouff>7 vi iiikiniovve 

5 yi* hivuy Kai iiov jSaXXec ini eaa>, xac senza vi 

^épo), èfoddH roipBea 'g rè (min (xo\j. xaì nére iìLOÙta 



Bella anima mia! 

Quando gli occhi nostri si scontrarono, il 
cuore mio non mi fece piii dormire e sempre 
pensa a te e vuole sentire che parlino di te, 
e mi camicia di casa, e senza che mi sappia, 
mi dirizzo alla parte della casa tua, e quando 



CALIMERA 77 



xanno o milimma a maddia mu scuriazune, o 
musomu o sozi fonasi pesammeno, a podia ette- 
lune pleo na pradisune ambrò, ce epetta e ci- 
mesa an evo en pensone ca mu sozune jelasi 
ecini pu en e^erune ti exo sti cardiamu, ce possi 
lumera esù movale cittì nomerà pu ca ecanoni- 
stisomma. 



ri ywvnj duella doy, x^**^ ^^ iJLO.y)ixaf rà [lartoc 
fjLov scnrtafcuve, 6 muso [xov rè ad^et (fwvdrrei ttc- 
^afifiévOj ri nidia Iv ^("kovve nXéo vd nepitaTYìfJovvt 
10 èfiTtpoq^ y,ai enetproc iy.et fiécfa^ av iytù tv pensone ea 
fiov adl^ovve ytXaoei èneTvoi nov ev n^epouve ti ex^ *s 
t>j 'KocpSioc [xov nai nicjYì lumera èaù ixdi^ale '/tet>5 rinv 



sento la ttm vocina, perdo la loquela^ gli occhi 
si annebbiano, la mia faccia ptwi chiamarla 
di morto, i piedi non vogliono piit camminare 
innanzi, e cadrei a terra se io non pensaci che 
mi possono deridere quei che non sanno ciò che 
tengo nel cuore, e quanto fuoco tu mi mettesti 
in quel giorno che ci guardammx). 



78 CALIMERA 



Pisteo ca etteli adda loja — Supa posso se 
gapò — ghizi arte se sena na ma pii posso me 
gapà. Elimonizi na mu nbie<fd i nagapissa? Ca^- 
meto presta ca evo steo ma ena poda cimosa ce 
ma taddo pana sena nimma. 

Stasu cali ce pensa panta semena. 



lÌKjxtófù ca ev òtUi aX7.a XéyioL — 2ov7ra itoac 

15 (si yandi — yvpil^ti apri ai iaiva va (lov *icn niao 

Ili ^yecKoiq. 'AX)9(7fAovyi<73|} vi fiori mhitvcfy r)9v àydivo 

aov; Kifii ro presta ca e^oi ateo fii Iva nidi eKtt 

fiiaa xai fii raXXo mvcd 'q iva [ivifia. 

2ra(jov xaX>) xm pensa nivra 'q ifiiva. 



Suppongo che tu non voglia pik parole — 
Ti ho detto quanto ti amo — spetta ora a te 
dirmi quanto mi ami. Dimenticherai mandar- 
mi il tuo amoref Fallo subito che io sto con un 
piede in terra e con V altro sopra una tomba. 

Statti buona, e pensa sempre a m£. 



CALIMERA 79 

XLV. 



ÀderfacimU; 

Simmeri su grafo senza na se ^ro, ce to 
canno jatì o iDiretturi pusto Morgagni mu jure^ 
ena gramma na se camo na masi pò miliete sti 
Calimera, paisi dicommu. 



liifitpa (joù ypoifft) senza va aè (épco, xai rè 
xivtù yiari o Direttori ani rò Htirgagni fioO yùpevae 
evm ypanfia^ va aè xa/AU vai iid^ ttcS^ 'ficXec/rac \ 
5 r>) Calimera, paisi 'dmo fiou. 



Mio fratello^ 

Oggi ti scrivo senza che ti sappia (cono- 
sca), e lo fo perchè il Direttore del Morgagni 
mi ha cercato una lettera perchè ti faccia imr- 
parare come si discorre in Calim^ra, mio paese. 



80 CALIMERA 



En su grafo ma ta grammata grica^ jadi 
emì en grafome, ce su pìanno itta grammata 
pu mu ndiazzutte, andè ene ^ero esprimevi o 
milimma pu turtea. Ce pleo su leo ca poa pleo 
loja grica leune ena loo italiano, o pleo, evo a 
contrasegneo, ciu esù sozzi ndiì cine pu pai 
vrisconta. 



*Rv (jo\j ypa(f(ù [xi za ypafiixxza ypacxà, yiari 
iyLEiq Iv ypdfoiJLty tlolI ioO nioiyùì avrà ypiixfiara nov 
(JLOV ivdsiit^ovzai, av de e ve Jépw esprimevaec zò [xOjnixa 
ino zoùpBea. Kac n'kic aov XsGt) ca néze 7r)io ISyia 
IQ ypaiìid Xé/ovve iva léyo italiano, o TrXco, èyoì za 
oontrasegneuci), xac izl^ov aci^ee va tiiin^ xetvc itov Ttait 
^pi(7x.ovzag . 



Non ti scrivo con lettere greche perchè noi 
non scriviamo^ e prendo queste lettere che mi 
servono^ altrimenti non saprei esprimere il Un- 
guaggio di queste parti. E di più ti dico che 
quando piic vocaboli greci dicono (corrispondo- 
no a) wn vocabolo italiano o piii, li contrasse^ 
gnOj e così puoi vedere ciò che vai cercando. 



e A LIMERÀ 81 



A ne su en limonizzi na mu mbie^pi ena 
gramma ndicossu, evo panta su grafo, ce su 
nbiefto quai fora ena trauti, na camu na cusi pò 
emi etraudizome. 

Stasu calò. 



Av èav ev hìCfixovTntjYì vi aoij mbìeimi iva ypifxixa 
'dixó aoìjy eyoi ndvra aov ypayw y.ai aoxj mbievio) 
15 xa9"e (fopà iva zpayovdi, va niiitù vi 'ìtovtjY) ttw^ 
ètxeìq rpayovdii^oixe. 

2xifJov ìtalo. 



Che se tu non dimentichi di mandarmi una 
tua risposta, io sempre ti scrivo e ti mando 
ogni volta una canzone per farti sentire come 
noi soliamx) cantare. 

Statti buono. 



6 



NOTE 



I. 1. U per di» trovasi adoperato a Cipro ed in altri 
luoghi di Grecia. Lo stesso dicasi di cvs ed t , che 

s* incontrano spesso in questi canti per <?/v. 

ytpouffta che sempre significò smato qui si ado- 
pera in senso di veechiqia invece del comune 
yuparciov od anche yupartca. — 2. Niffammera 
senza congiunzione, e ridotto allo stato di avverbio 
è frequente anche fra le colonie di terra d* Otranto 

nò so che si adoperi in Grecia. ìodeguo: i 

verbi italiani sono grecizzati costantemente da 
questi coloni mediante la desinenza greca -cuu 
applicata alla radice verbale, e quindi oonjugati 
secondo richiede questa desinenza. Nelle isole ionie 
invece non si fa che aggiungere le desinenze dei 
tempi e delle persone, ed anche, dove han luogo, 
gli aumenti, al tema dell'infinito italiano, come 
p. es. pensare», pensarofAcv, cperdonam^c ec. penso, 
pensiamo, perdonò oc — 3. 6116 che è frequentissi- 
mo lo rendiamo sempre per ti vai. Non neghiamo 
però che possa anche essere italiano. Spesso ri- 
corre anche e nello stesso senso, e noi lo abbiam 



jr 



Ci* 



86 NOTE 

reso con è italiano. Con questo però non inten- 
diamo sostenere che non possa anche essere nn 
ultimo assottigliamento di civai. — 6. youvaTivrl 
non offre nulla di straordinario, benché più comune 
sia yovvaTivToé. — 7. ayio in questo dialetto è ado- 
perato anche al femminino come fosse di genere 
comune. Cf. XXXVIU. d. — S.Sed a/uti: il d cosi 
frapposto per eufonia è cosa assai comune in ro- 
maico (Cf. p. es. Passow Tp. 'Pup. p. 635), e ne 
offre anche esempio il dialetto di Cargese in Cor- 
sica. Questa inserzione, nel caso presente, suol pro- 
durre uno spostamento dell* accento, per cui taluni 

f scrivono »• t^aur*} . tmdi: tovvoc ed aùtovvoc 

! ricorrono frequentemente fra questi coloni ed è 
j chiaro che il loro twndo ed efhmdo, egualmente 
I frequenti, non possono esser altro che aurovvo rò 
( e Touvo To. Quanto ali* uso di avroOvo e toOvo in 
romaico veggasi Mnllach, Gr. p.l96 seg., il quale 
però ha torto di considerar queste forme di avròc 
come proprie solo degli antichi scrittori in romai- 
co. Esse incontransi tuttora in Grecia sulla bocca 
del popolo. Notevole sotto questo rapporto è 
Tavrovvoc ^à; del dialetto di Cargese. 
n. 1. viata: questo vocabolo che ricorre anche in altri 
di quésti canti, quantunque faccia pensare a 
|9(oc, pure credo sia proprio del dialetto italiano 
piuttostochè del greco. La parola greca comune- 
mente adoperata in questo dialetto per esprì- 
mere sempre è Tràvra, che sta in luogo del romaico 
TravToTi molto più comune in questo senso. — 
5. ti: frequentissimo ricorre in questi saggi ti 
per oTi . Notiamo che la prima vocale è soltanto 



NOTE .87 

affievolita. L* accento non può dirsi passato real- 
mente snlla seconda sillaba, nò la voce è dive- 
nuta enclitica. — 6. An di: questo cambiarsi di 
ano o di air' in iv dinanzi agli articoli incipienti 
in T, è cosa oomunissima in questo dialetto, giusta- 
mente riconosciuta da Mezzofanti, ed a torto ne- 
gata da Pott (PhUohffus XI, p. 262) il quale nel- 
Vcmdo del n.<* VI, 2, vorrebbe vedere àvà to', cosa 
impossibile per più d'una ragione. Un cambia- 
mento fonetico dello stesso genere V abbiamo nel 
canto XXXV. 5, dove nda sta per aùtà. — 7. ga- 
pai: il risolvere le forme che neiruso comune ado- 
peransi contratte nei verbi, è cosa frequentissima 
in questi dialetti, come in più luoghi di Grecia, Cf. 
Mullach Gramm. p. 252 seg. — 8. difi: cf «invite si 
è cangiato in ^it^vstc come vu;^Ta in vv^ra; ^ti^vtii 
poi si è cangiato in diffi come notipvtiq in perri. 

Quindi difi. teddeca per re-^oia: non ne ho altro 

esempio. Se non è un errore di chi ha dettato, 
potrebbe spiegarsi la presenza della gutturale 
notando che non è punto insolito in Grecia reryotoc 

per TSToioc ì^ovkia in senso di odio non è 

nell'uso comune, in cui ha esclusivamente il signi- 
ficato di gelosia. 
III. 3. ffcivw in questo dialetto, e (ciò che è lo stesso) 
ff(u?<M nei dialetti di terra d'Otranto è sempre 
adoperato nel senso di potere. Del romaico usita- 
tissimo cfAiropoà finora non ho trovato esempio. 
Irlàwa è usato in romaico nel senso di raggiungere 
(fr. atteindre) o arrivare come per ee. ^«v tò o«5vw 
non ci arrivo. aftidia: j3or,5«> trovasi cam- 
biato in (3w5&> già presso Ptochoprodrorao e nel 



88 NOTE 

volgare odierno (V. p. es. la Ba^v^uvta di Vizan- 
tios p. 58, 2." ediz.), come anche in /3ou5«;> (Cf. Mul- 
lach Gr. pag. 251). Quindi afuda che ricorre nel 
n."* XVI, 2, non è altro se non aj3oi/;^a, e qui o/tidia 
non è altro se non àjSovJ^fta per p^nBua. L'« proa- 
gogiòo non ha nulla dì strano, e può in questo 
caso esser dovuto ad imitasione dell' italiano onfitiOf 
Qjukt. —5. gUoia: notiamo che la forma comune 
y^vxà, come attesta il Morelli, è in uso anche a 
Beva. 

lY. 4. ipU> per virvoc ricorre anche nel n.** XX, 8* Un 
cambiamento dello stesso genere lo abbiamo nel 
dìfli per ^ei'^yci tfii'xvci del n.* XL, 4. — 6. Que- 
sto verso è certamente corrotto. Invece di quel 
dàpoi si richiederebbe t^ ^sXk; o qualche cosa 
di simile. 

Y. 1. viaggio per votta è comunissimo nei dialetti del- 
r Italia meridionale come anche in volgare to- 
scano. — 4. cm^pestmimeni ha la sua radice noi 
dialetto italiano locale. 

VI. Questo canto è uno dei tre raccolti dal Witte e pub- 
blicati dal Pott, è anche uno dei tre raccolti dal 
Prof. Pilla, e finalmente trovasi pure fra quelli 
procuratimi dal Prof. Tarra. Il testo che ho dato 
è quello del Prof. Tarra tranne nel 3.° verso ove 
T. ha già ed io ho adottato essu che hanno P. e W. 
Nei due testi W. e P. la persona di cui si parla 
è un uomo. Quanto al resto ecco la collazione 
dei due tosti W. e P. con questo del T.: 

1. pu oh W. — iw tosso P. — 2. Pm cmdo W. 
3. pu ego gapao W. pu (helo ego P. dhori W. 
chorì P. — 4. Canunato P. Chereta nm4o W. ghe- 



NOTE 89 

lai W. — 5. Ce a sucedepsi, pu na saroti W. An 
ja emmma é' arati P. — 7. Ce a mced^m na mi 
sa arotisi W. Ce OrfC-ecino de Caroti P. — 8. Calò 
sti jreH mi eto. P. 
y. 6. pateguo: questo verbo che ricorre assai di fre- 
quente non è, come crede il Prof. Pott, il romaico 
ira5acvft> . rioe^atvw in questo dialetto dovrebbe di- 
venire patenno come x|DaTatv<u diviene cradentu), 
fAadotvw matmmo etc. Pategtto non è che il verbo 
italiano |Ni^6 colla solita desinenza greca -cvu. 

Vn. 3. a ze ricorre frequente in questo dialetto come 
pure il semplice ee. Ho reso costantemente tanto 
a ze quanto Me per ociró, perchè non solo ne fanno 
r ufficio ma provengono dalla stessa preposizione 
trasformata in aps o afs. V. per es. XL. 2, 16, 
XLm. 22. — — uJ/)i: in questo dialetto ivpt- 
ffXM /3/»iVxft> trovasi oomunomente adoperato in 
senso di vedere. Nel dialetto di Calimera però tro- 
veremo ^ptaxoyrac per oercondk). —6. ChQJendonni 
stia per xsjoJxivsi mi pare si possa indovinare con 
sicurezza tenendo conto della traduzione a^^i- 
sti. — 8. {a)ntassegtu): questa parola fa pensare a 
più d*un vocabolo greco come Tivdoraru, Ta^orw, 
ed anche T antico acóu senza però che alcuno 
possa applicarsi e dame intiera e soddisfacente 
spiegazione. Più probabile è che provenga da un 
verbo intassare del dialetto italiano locale. 

Vili. 1. larga: veramente avrei potuto trascrivere questo 
vocabolo qui ed altrove, dove ricorre nello stesso 
senso, in caratteri greci, poiché è assai comune 
presso il volgo greco ctXàpya o àXaf)7ov in signifi- 
cato di lontano, lucchiu, Tarticolo è fuso as- 



90 NOTE 

siemo col nome di cui è venato a far parte. Il 
Morelli conferma ancli*egli che occhio in dialetto 
di Bova dicesi lucchio. Di un fenomeno di questo 
genere si hanno esempi ajiche in toscano (V. Fan- 
oni Vocabolario déWuso Toscano p. 509) ove odesi 
la lapa per Vape, U lamo per Vamo ec. V. anche 
n." XXIV, 7. — 3. eeiporei: questa parola che è una 
evidente storpiatura, mi è sembrato più facile rav- 
vicinarla a aupTTc^aivsic di quello che ad i^Sfupsic 
Tutto il canto è molto malconcio, come ognuno 
vede. Forse questo verso doveva essere : ffou X^y» 

IX. 2. Ce posso tiene qui il posto del comune Xoittov. -— 

8. «x^/°^ P^^ òix^^F^^ ^ comune in questo dialetto. — 
5. spUhia ricorre in altri canti e non è altro che 
r italiano spesso. — 8. ghuria non credo sia da 
riportarsi al napoletano sciure o al siciliano xuH 
^er fiore. Il Morelli (op. cit. p. 28) scrive jtdia. 
Mi par chiaro che questo vocabolo provenga dal 
persiano fful rosa, usato comunemente anche in 
turco, e quindi introdottosi in romaico sotto la 
forma 7x00X1 Cf. Passow Tp. 'Pwf*. N.*» 878, 1, 
pag. 566. 

X. 1. Kflr/»gX>a è vocabolo comunissimo in questo dialetto 

ed in quelli di terra d* Otranto, e tiene sempre il 
posto del comune romaico xott A« xoitfk'ka . Forse 
xx^iWx proviene da nonilloL. Notiamo però che. in 
questo dialetto la desinenza -élla e, ciò che in Cala- 
bro ò lo stesso, -edda prende il posto della desi- 
nenza greca -oOXa. Non parrebbe che y.ai/'s>*Àa 

nocffoUlx potesse provenire da xopiT?ouXa? ossu: 

né Mezzofanti, né Pott hanno colto nel segno con 



NOTE 91 

certe loro congetture intomo a questo vocabolo 
che è comune in questi dialetti. Oésu non è altro 
clie tltrta e tiene il posto del comune romaico pié<ra. 
Nel dialetto di Cipro è di comune uso s^u per den- 
irò, e per in casa, p. es. fxa fao» fAou vieni in casa 
mia V. 4»i AiOTT. m. p. 440. Il significato di in casa lo \ 
ha anche in questi dialetti. — 3. Bpairra. per febbre 
non è dèi comune romaico ma trovasi in qualche 
dialetto come per es. a Cipro ove dieesi jS/aiaru. 
V. *iXi<rr. in. p. 437. — é. ceddaria per viscere 
potrebbe forse paragonarsi col greco xofAia ventre, 
e xotXt^àxc ventricolo; credo però che sia vocabolo 
del dialetto locale italiano. Nel Barese ceddaro 
dicesi di un luogo sotterraneo . — 5. catébenni per 
xaraiTrvceic comò cremamii per xpspivac d xjOCfAvcéii; 
(XXil, 3). Quanto a xaral per xara, in coinposi- 
zione, ved. MuUach 6rr. pag. 263. — 7. mathenni: 
Tho dato in forma d'imperativo tenendo conto 
della traduzione. Credo però sia f^a^aivcic cioè un 
presente in significato di futuro come molti ne 
ricorrono in questi saggi, e senza il 5à, che non 
ci s' incontra mai. — 8. àyaTrou^i, V antica desi- 
nenza torna qui al posto della comune e moderna 
-oui*, ed in questi saggi se ne ha qualche altro 
esempio (n.® XXX, 8). MuUach non lo nota, ma 
pure, benché di rado, questa desinenza incontrasi 
sulla bocca del volgo greco. V. p. es. Passow Tp. 
•PwfA. n.^ 330, 4. 
XI. 2. plategui: questo verbo che trovasi anche in altri 
saggi ha certamente origine italiana. Piatire per 
parlar lamentevolmente o piatire dicesi in quel di 
Bari. È impossibile non rammentar qui il verbo 
spagnolo platicar. 



I( 



92 NOTE 

XII. 2. aflucia, chUucia ec. questa desinenza diminutiva 
non è la romaica -out^ixoc, ma la romaica -axi va- 
riata nella vocale prima, forse ad imitazione della 
desinenza diminutiva italiana -aacio; cosi anche la 
desinenza diminutiva romaica -ovXo, oOXa cambiasi 
in questi dialetti nella italiana -elio, -eBa (calabr. 
•-eddi, '•edda), — 3. pasUdduna: secondo una nota 
del sig. Tarra pattSIa qui significherebbe seme di 
melane, tiot^rikt chiamano i Greci un dolce com- 
posto con miele e sesamo. -— 8. piT* f trov invece del 
comune pi' iviva o y^a^i vou. — ^marckicia ha la 
stessa etimologia che il francese moroeau; a Napoli 
dicesi mareiUo. 

Xm. Questo canto è uno dei tre raccolti dal Witte e 
pubblicati dal Pott e fa parte pure di quelli procu- 
ratimi dal Prof. Tarra. Il testo che dò è quello di 
quest'ultimo. Ecco le varianti del testo del Witte: 
1. ce a su pone. 2. Qharanda — ti amòro. 3. Piri 
me dhéki. 4. recopai. 6. E ciUe — dM nà egkuenno. 
7. ^ia. 8. agMo. 

Quanto al vocabolo Ucopai o recopai che nel 
testo W. è tradotto corro!mperl> e nel nostro mce- 
nerisce rimando alla nota del Prof. Pott pag. 264. 
Par difficile però che qui si tratti di un verbo 
italiano che secondo Tuso invariabile di questi 
dialetti dovrebbe avere una desinenza in -egui o, 
tutt' al più, in -ei. 

XIV. 1. dumena è una misura calabrese. — 2. va in^aka» 
ò tradotto liberamente per passare; invece è 
scacciare come si dice della fame o della sete. — 
3. cassari è un casolare di pali coperto di paglia 
nel quale si fa il formaggio. — 6. ifi).iix non 



NOTE 93 

so che esista neiruso comnne ma certamente è 
parola greca. 4»8>t è comimemente adoperato in 
romaico e vuol dir fetta, quindi à^iXia può signifi- 
care la stessa cosa che il sostantivo toscano affetta^ 

io, 'ApTvoria che è tradotto sugna deve signifi* 

care grasso da condire; apr^iia o aptud^a dicesi per 
condimento in comune romaico, ed anche dprua^a 
nello stesso significato ricorre in Ptochopnodro- 
mo II, 575. — 8. eodda è dell'italiano locale. 

XV. 1. Stfyiof, per festa, come opposto ai giorni di lavoro, 

non è, eh' io sappia, di uso comune in Grecia. — 
3. ozÉta per monti trovasi anche fra i vocaboli rac^ 
colti a Bova dal Witte {opsia), ed il Prof. Pott 
giustamente lo ravvicina ad u^oc. È affatto inso- 
lito liei romaico comune. — 4. (/fia per (ovpt è 
notato nel Du Gange. H Sophocles nel suo Glos- 
sary of later and Bgeantine Greek nota questo vo- 
cabolo, ma solo in senso di acqua caUda. — 8. R).eu5fa> 
tò scudd^: questa espressione è qui usata in un 
senso ben diverso da quello che avrebbe in Grecia. 
£xou>l in romaico vuol dire pe»meoeìm, e quindi 
si avrebbe filo U pennecchio. Però nel dialetto di 
Bova sctM vuol dir certamente còtto e trovasi 
con questo significato anche nel Morelli (op. cit^ 
p. 23). È chiaro che la parola stessa còtto deve 
ravvisarsi in questo vocabolo. 

XVI. 2. afuda: vedi la nota al n.*> IH, 3. — Gli ultimi due 

versi sono stati uditi anche dal sig. Lombroso che 
li riferisce nel suo articolo a pag. 403. Invece di 
garacciumi, vocabolo oscuro, egli ha camasfaiu 
che, forse a orecchio, è tradotto da lui per che fa 
carne , il che sarebbe contrario all' idea popolare 
che il vino fa sangue. 



94 NOTE 

XIX. 1. x>eiffTÌj per fonte è proprio di questo dialetto. — 
3. pò ce ti per questo e gueUo è inesplicabile; credo 
sia uno sbaglio invece di tu ce ci c(^u xal cxsi qua 
e là. — é. perri: perro che qui sta per ^cp» o 
f^jDvu altrove sta per Tra^pv». Nel dialetto di Ear- 
patbos dicesi 7rip« per yip« (V. Kind in Zeiischrift 
fUr vergi. Sprachforsch. XV, p. 146). Rammentia- 
mo che nell'uso comune yrat'pvu adoperasi anche in 
senso di portare e che ciò accade anche in questi 

.dialetti. (V. per es. n.*> XTTT, 3). «x-^/)*» per 

r^5pa foggiato su ft\ia — 5. Sifone è il nome di 
una fontana di Bova. — 7. ivrai uwpaffi (per una 
svista ho scritto la forma comune nupav). La sop- 
pressione della 8 fra due vocali in desinenza è 
^ comune in questo dialetto. Questa desinenza -avi 

i in luogo di -av si troverà . anche in altri saggi. 

* Essa è in uso a Cipro ed altrove. V. la nota di 

Mullach al verso 9 di Demetrio Zeno, e la Gramm. 
del medesimo a pag. 233. 

XX. 4. awincegui: è verbo del dialetto italiano colla solita 

desinenza greca. — 6. ^aÀn è in comun romaico 
adoperato in senso di capogiro o vertigine e non di 
grido come in questo dialetto. 

XXI. 1. Cerucifia è un luogo di Bova. — 2. è noto che 

in comun romaico \i-t t^qv upav dicesi per dì iman 
ora. 

\ XXU. 1. micceddi, ynxì^k per piccolo ricorre anche nel 
dialetto dei Zaconi (v. Deville Étudesur le dia- 
lede taaconien p. 55) e in quel di Cipro (iurì^^i 

^ V. *iXcVt. in, p. 536). — 2. xavouvaei : questo ver- 

bo xavouvao) è comune, come si rileva da questi 
saggi, in questo dialetto e in quel di Calimera . 



NOTE 95 

In romaico comune non conosco altro verbo che 
si avvicini a questo se non xavcuu che ha il 
significato di prendere di mira, Non ho noti- 
zia intomo a questo Rocco Saddi. — 3. carteddi 
per paniere è proprio anche del dialetto siculo.. 
Questi due versi (3, 4) esprimono in un modo pro- 
verbiale, che è comune in più luoghi deUMtàlia 
meridionale, il cercar di parere per da più dì quel 
che si è . — 5. Ambatida o 'mmaMa è proprio 
anche del dialetto siculo. — 6. piribaddi è pro- 
prio del dialetto locale italiano ed ha la stessa 
origine che ha la vóce paróla, cioè parabola. —- 8. 
apri per ttUtpa. è comune in questo dialetto od in 
quelli di terra d'Otranto. 

XXIV. 7. Uri: Cf. la nota al n.« Vm, 1. È probabile che 
questo vocabolo faccia parte, in questa forma, an- 
che del dialetto italiano. Riferisco qui un proverbio 
di questi coloni relativo ali* iride, comunicatomi 
dal sig. Tarra : Lirrì ti purrì — egtià sti mani — 
Lirrì ti vradìaf eguà sti duMa, cioè: Iride di mat- 
tina, vattene a casa-— Iride di sera, vattene al 
lavoro. La fata di cui qui è menzione è notevole 
per chi cerca fra il popolo le tracce dell'antica 
mitologia. 

XXVI. 1, 3, 7. siràrcis, sxpàTcìs, sTrc^fràriu: SU questa de- 
sinenza, comune nel Peloponneso, veggasi Mullach 
Qramm. pag. 174, di cui la giusta osservazione è 
appoggiata dal nostro testo. 

XXVn. 2. 5a>|06> : qui come in più altri luoghi si fa sen- 
tire la mancanza del ^à, il quale, come ho detto 
altrove, non s' incontra mai in questi saggi, e pare 
non esista in questi dialetti. — 5. riano: non può 



06 NOTE 

esser riirorc che esiste tal quale in questo dialet- 
to. È però foggiato sullo stesso stampo ed egual- 
mente indeclinabile. In Zaconia dicono rvinxa per 
TiiroTi (v. Deville op. cit. p. 69). 
XXVni. Il sig. Lombroso riferisce sei versi di questo 
canto. La più notevole differenza trovasi negli 
ultimi tre che sono i seguenti: 

dina pengapemena me cardia, 
I haniba9Uk) àharo fortuna 
Cina painmo genimmi sH fascia- 
Il canto, anche con questa variante, riman sempre 
in cattivo stato, e nel nostro testo mi pare risulti 
da frammenti di canti diversi. — 5, 6. qui abbia- 
mo una espressione proverbiale equivalente a nu- 
trir la serpe in seno, che anche in Sicilia dicesi 
nidricari lu scursuni intra la manica. — 7. xav- 
touvia è parola italiana di uso comune presso il 
volgo greco. — 8. sprabichsvouv, sfàbòricano. 

XXX. 2. yt>ia per ^iXl si usa anche nel dialetto di Tra- 
bisonda V. Kind in Zeitsckrift fìSr vergi Sprach- 
forsch, XV, pag. 143. — 6. condoforri sirma son 
vocaboli ih cui certamente e' è del greco ma che 
di certo non possono significare toma subito. Il 
composto xovTo^cptt è simile a novxoìipoLx& che è di 
uso comune, e risulta da xovTa vicino e ys/o» . lOpf/Lot 
vuol dire filo di metallo e può significar anco Tatto 
del tirare alcuna cosa. Tenuto conto di tutto ciò 
potrebbe risultare il senso: porta seco uii^ attra- 
zione verso casa, 

XXXI. 8. perri qui è iraipvf te nel suo primo significato di 
prendi; ho corretto quindi la traduzione dov'era 
scritto porti. Vedi la nota al n.* XIX, 4. 



NOTE 97 

XXXII. 5. tossico quantunque di orìgine greca, non è 
romaico ma italiano. — 7. gcpò; o inpòi nel senso 
di ffxXujoòc non è strano. Nel n.° XLIIIy 14 ^tpòi 
ricorre nel suo primo significato di secco. 

XXXrV. 4. xava per xaviva. odesi talvolta fra il volgo 
greco. Cf. per es. Eind, Anihol. neugr. Vólksl. 
Xin, 10. — 6. iTTolfi in senso di fiato credo debba 
essere uno sbaglio di memoria di chi ha dettato 
il canto e lo ha sostituito a ttvoi^. 

XXXV, h, fida per aura: V. la nota al n.* Il, 6. 

XXXVI. Questo canto esiste tuttora in Grecia e trovasi 
nella raccolta del Passow sotto il n.^ 574. p. 430. 
Frammenti dello stesso canto sono pure i numeri 
574 a, e 590 di quella raccolta. Com'è facile ve- 
dere, il testo di Bova è corrotto assai, e chi lo 
ha dettato non ha saputo neppure tradurre certe 
parole, lasciate in bianco o segnat^e con pimti in- - 
terrogativi dal Prof. Tarra nella traduzione, e per 
le quali ho supplito io. — 3. àborchinai non può ' 
essere certamente il npo^twei del testo del Pas- 
sow, e mi pare indubitato sia fra/gaxcvast . — 4. 
Pire per nipt: cf. il n.** XTTT, 3, secondo il testo 

W. strano è vie fAov in senso di figlia mia 

invece di mopn fAov o nai^i piou. — 8. il fAc è aflGfttto 
ozioso; il testo del Passow ha rà opn naipvtà, 

XXXVn. Anche questo canto proviene certamente di 
Grecia. — 7. naìlvìxotpàìLi: veramente si aspette- 
rebbe 7rs|0i9Ts/Bàxi . -— 8. evosciu non credo possa 
essere «poo'xovv. 

XXXVm. 7. nacare o nazicare per cullare è del dialetto 
Calabro ed anche del siculo. — 14. è notevole /*•- 
>«T(S qui adoperato nel senso speciale di leggere. 

7 



98 NOTE 

Inutile fare osseryare ohe questo canto è un 

XXXIX. 3. ix^i irc/>ir«Tc?: non è t^nQ ircpiraT^trct hai cam^ 
minato, ma puoi camminare. V. MuUach Gramm. 
p. 288. 

XL. 1. 7^yoc per g0nie: nel comune romiùoo dicesi x^^fioc 
alla francese. Pare che il vocabolo ycvoe abbia 
subito in qualche luogo di Orecia le stesse modi- 
ficazioni dì significato che aubi il suo corrispon- 
dente latino gens nel divenire italiano* — Q* Es 
per «QÒc forse ò dovuto al tC^ che il volgo greco 
usa egualmente per roi^c» race e t^c. In questi 
dialetti di Terra d' Otranto va spesso perduto il 
T iniziale negli articoli. — 4. difti: vedi la nota 
al n.*^ IVy 4. — 6. «xonivia pel comune axoTMvé*' 
^a. «^ 19. 20. 22. iQvWovyi, «9wpv«uvi, /i^^vovvi: 
la « o t premessa al presente, ohe ha luogo, 
come si vede anco nei verbi italiani, (ipenseo), 
non ha esempio, ch'io sappia, nell'uso romaico. 
Dev* essere una e cambiata in i per itacismo« Of, 
p. ee. n.^ XLV, 16. 

XLI. 7. f MTià nella traduzione era reso per affatmo, signi*» 
ficaio che veramente ha talvolta in questi dialetti 
di Terra d' Otranto. È evidente però che qua Boa 
può significare altro che ardore come neU' uso 
comune significa fuoco* —^ 8» x^^ ^^ <t^ ^ 
reso per ardere o brueia/re neO'uso comune vale 
struggere. ^15. angli per àyipi mi par sospetto 
quantunque possa spiegarsi facendolo derivare 
direttamente da ànp o àyiip. A Martano dicesi 
aghera v. XLII, 27. -^ 18. Bùrueinmt ^wjwfffuwr 
serve al senso, ma per ispiegare biruemm forse 



NOTE 99 

altri troverà di moglio. -* 21. iu: rr(a, lt(ou per 
tttri dioesi a Cipro, (V. ^tlitrt. 1. e,) — 34. md* 
gmmmena è parola d*origitid greca^ e ohe qui toiv 
na in bocca dai Oreoi dopo esser passata pel latino 
di meazo {eneaeniare) e T italiano (incitar»)* ^ 
27. dai non si creda sia italiano; cf. il dammu che 
ricorre sopra. 11 cambiamento dell' o in a è ooma«> 
ne in questi dialetti. 
XLn. 1, £ itati: qui il sig. Trinchese pone la nota se- 
guente: « modo col quale si suol cominciare un 
« racconto importante. Si pone per richiamare 
4 Tattenzione degli uditori e corrisponde ali* Italia- 
« no: udite! 1^. — steatno come più sotto sieato ec. 
erodo sia piuttosto una forma dialettale di stare 
italiano che del romaico cxéy.^ — Plonnonta è da 
confrontarsi con ploso del n,** XLIV, 3. — Certa- 
mente è il verbo ufrvfi o vftvou qui usato colla solita 
inserzione del v secondo Fuso comunissimo per 
questi Terbi in romaico. V. Mullach. Oramm, pag. 
250. Flonnonia è qui usato come gerundio indedi- 
nabile, alla maniera italiana. — 3. ftàXi} per nonna 
non ha corrispondente nelF uso volgare romaìc3> 
non potendosi certamente ravvicinare a Àa>a, e 
molto meno a ^tayta. Certo è ohe questo nome 
dev' essere un raccorciamento di ftcya^D. Cf. n.® 
XLIf 12. -*- Motti per gmndOy comune in questo 
dialetto, forse proviene da a/ta oTt — 25. erTpef*- 
fz4iT« per lampi fa risovvenire del v«yi>«v (TTpeir- 
t4ity\à}f di Aristofane {Nub, 335); però proviene 
da &<TtpaynsL che, come oLtrxpoL'^ii, è adoperato nel 
mmèoàìlampeggiamewU). — 32. arte ampi: questi 
due vocabotì che qui posti insieme, secondo la 



100 NOTE 

tradazione, significherebbero immobile, sono ado- 
perati, il primo, generalmente in questi dialetti 
nel senso di ora, ed il secondo in questo di Mar- 
tano ricorre altrove nello stesso canto in senso di 
indietro. Non mi pare che il senso dì ora indietro 
equivalga ad immobile, perciò suppongo che arte 
qui stia per 6p^6i diritto; confesso però che non 
sono gran fatto contento di questa ipotesi. — 42. 
checcia: certamente dev'essere parola del dialetto 
locale; in greco non conosco che il Zaconico xoiaxtrì 
che si avvicini a questo vocabolo. V. Deville op. 
cit. pag. 47. — 44. po^tvà: po^t^o» nel senso di 
xoxxivi';» arrossire dicesi in Macedonia . V. *i- 
>iaT. m, p. 221. — 58. tumesa come a Calimera 
cimesa (v. n.*» XLIV, 10) è da questi coloni adope- 
rato costantemente nel senso di in terra, ■— 54. A^t- 
fiò coUo è adoperato sempre in questo dialetto nel 
significato di bocca. Alla stessa maniera il latino 
gtda ha preso il significato di bocca nel rumeno 
gurà' A Calimera, secondo il Eirkolonis, bocca di- 
cesi biro; a Bova, secondo il Morelli, riman sem- 
pre in uso (Tx6ii.oL, — 55. iytp^Tntratrrt: qui T antico 
verbo iytip^ toma invece del comune omxovu • La 
desinenza -(raars è propria dell'imperfetto, piutto- 
stochè dell' aoristo, che qui, secondo Fuso comune, 
vorrebbe èyspHTitrt, — 58 e 67. proppi e pleppi: 
mi par chiaro che la seconda parte di questi due 
vocaboli debba provenire da ano anziché da napà . 
Cosi npò viene qui ad essere adoperato in guisa di 
avverbio e coll'àwo, appunto come nporrnspoL nel- 
r uso comune. — 88. à>ài invece del comune Xà^t 
trovasi adoperato anche in Zaconico. Y. Deville 



NOTE 101 

op. cit. — 109. isesta non pnò essere che «tffao-Te. 
Notiamo che sIpiaerTc, usato comunemente, per 
sifAs^à, si cambia a Martano in imesta (y. 86). La 
sola scritturau distingue queste forme da quelle 
dell'imperfetto iyLatrrt ed neraor^i. 
XLm. 3. afzicomeni: Kirkolonis ha àtgr.xwpigvri . — 9. Per 
dare un senso a questo verso bisogna supporre un 
ycà omesso. Però il popolano vestito della greca 
fastanella, da cui il E. udiva questi versi, pare 
badasse soltanto a porre in greco cosi all' ingrosso 
la parola unigeniti che è nello Stàb<xt. — 10. tam- 
nia per lagrime si allontana parecchio da (fàxpua. 
Bisognerebbe supporre che dacUay usato a Bova, 
siasi cambiato in doglia e quindi in dagna. 
8. Jxouffs : sentire per tidire dicesi volgarmente in 
Italia: invece in romaico àxouu adoperasi anche 
in significato di sentire. — 12. Risa catu: pare 
una espressione avverbiale per «ìc t*jv pi?av. — 
17. TIC « xàvgi. K. scrive tios e xàvii, ed interpreta 
in una nota come se e mona reggesse la frase. Ma 
le forme del nominativo in questi dialetti spesso 
tengono il posto di accusativi e ciò certamente per 
influenza dovuta alla declinazione italiana. Non 
credo che questo e od i che s' incontra anche al- 
trove in questi saggi dove si aspetterebbe tiqv, 
possa essere lo stesso ty]v cosi ridotto pel solito 
scadimento del t iniziale e del v finale negli arti- 
coli. ' Ma quand' anche ciò fosse, la confusione 
colla forma del nominativo riman*ebbe sempre, e 
non potrebbe farsi distinzione che nella scrittura. 
(Cf. V. 22). — 20. as mie, as mie: è T espressione 
italiana ad una ad una tradotta alla lettera; fAia 



102 NOTE 

fAca però direbbesi anche in greco. Il senso della 
strofa corrispondente dello Stabat è affatto tra- 
visato. — 24. Baspu: K. ha póbfou, che però an- 
ch'egli interpreta suo-ou in una nota. Donde il p? — 
25. saghio: E. ha erù yè (sic). Quanto ad &yio al 
femminile cf. n.** I, 7. — 29. iv^xiii K. ha àyu^«- 
xm, — 80. K. ha rà jjmvuaou tou Ìiow. 
XLIV. 2. Epoa, che dicesi anche poa in questo dialetto, 
non credo sia oVoray, come parrebbe a prima 
giunta. Poa qui sta per frore come a Martano 

abbiamo trovato toa per tote. exavouvuor^w- 

<ra<n . cf. la nota al n.° XIX, 7. — 3. ploso: cf. n.* 
XLn, 1. — 6. turtea che trovasi anche nella let- 
tera seguente, tiene in questo dialetto il posto del 
comune é^ù népa e ixti népa . Può ravvicinarsi a 
tutte ettutte che incontrasi in questi saggi più 
d'una volta per 8^i55e — 7. ywv»j 'e^ixella ffou per 
ywvoOXa 9ixh ffou. — 10. •WfyTa: anche qui, come 

in più altri luoghi, il 5à si fa desiderare. 

cimesa cf. n.* XLII, 53. — 22. lumera: questo voca- 
bolo in senso di fmco adoperasi anche in quel di 
Bari; a Beva invece dicesi lucisi^ come notano il 
Morelli ed il Witte. Questo designare il fuoco 
piuttosto dalla sua luce che dal suo calore è pro- 
prio del romaico in cui, come è noto, fuoco dicosi 
ywTtdé. Può citarsi qui anche il vocabolo AafXTrpòv 
adoperato nello stesso senso. Esso trovasi in un 
frammento di dizionario latino-greco scritto su 
papiro e creduto del V o VI sec. dell* era volgare. 
V. Notices et extraits etc. Tom. XVm, 2.* pai-t. 
p. 126 pi. N.<» XVin. Alla nota del dotto sig. Bru- 
net de Presle ed a quanto cita in proposito il Du 



NOTE 103 

Gange mi faccio lecito aggiungere che >a^7rpÒ¥ 
dicesi tuttora nello stesso senso a Cipro. Nella 
Ba^u^uvca di Yizantios il Cipriotto parlando dei 
Cretesi dicot xò XafxTrpòv ^eViv To fvtria (p. 54, 
2.' ed.). — 15. ghizi non mi pare possa essere altro 
che 7vpt?«t, per cui 7u/5t?it '; èorg'va verrebbe pro- 
priamente a significare è la tua voUa, fr. &est ton 
tour. — 19. (TTaffou xa>;Q come nella lettera seguente 
ffxàorov xa>o, ambedue invece di aTàorou xa>à, ren- 
dono letteralmente l'italiano meridionale stioMe 
Imona, staMe Inumo. 

XLV. 7. Iv 7pdyo^iv: la loro lingua non si scrive. 

(Tou TTiavu xT/. allude al ^ ^ ? di cui fa uso scri- 
vendo. — 11. contrasegniuw: infatti questi luoghi 
nello scritto sono sottolineati; non ho creduto 

necessario metterli anch'io in corsivo. ciu 

cf. la nota al n.** XLI, 21. — 14. mbiiuru: desi- 
nenza affatto insolita pel presente dei verbi ita- 
liani grecizzati; dev' essere il futuro mbisuo*» 
mancante, al solito, del 5cr, come il precedente 
ypàfu che anch' esso qui ha senso di futuro quan- 
tunque tradotto col presente. 



^ 



INDICE 



Prefazmie pag. vii 

CanH di Bovo » 1 

j Corigliano » 43 

Martano » 53 

Calmerà » 69 

j Note > 83 




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